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I tre livelli della percezione secondo l’AI

  Un’ipotesi percettiva nata da un’osservazione empirica: perché continuo a sentire la musica organizzarsi intorno a unità di circa 5, 9 e 18 secondi, e perché in poche settimane può cambiare la scala alla quale ascolto? Quanto è grande un pensiero musicale? Da molto tempo ho l’impressione che la musica non venga percepita come un flusso uniforme. L’orecchio la segmenta spontaneamente in oggetti temporali: gesti, frasi, archi più grandi. Provando a misurare in modo empirico la durata degli oggetti sui quali si stabilizza la mia attenzione, sono tornati più volte tre valori approssimativi: circa 5 secondi; circa 9 secondi; circa 18 secondi. Non intendo sostenere che nel cervello esistano tre cronometri regolati esattamente su queste durate. Il dato di partenza è più modesto: nella mia esperienza, queste tre scale ricorrono con sorprendente frequenza come dimensioni delle “parole musicali” che l’attenzione tratta spontaneamente come unità. La teoria che propongo è que...

I tre livelli della percezione ridefiniti

  Ipotesi di lavoro. Questo è per ora un laboratorio da sperimentare e potrebbe essere un driver molto più forte del modello PLVFT per spiegare la differenza di interessi musicali fra le persone 5 secondi 9 secondi 18 secondi La lunghezza delle “parole musicali” con cui un ascoltatore si sintonizza. Ho preso le “misure” per 1) su un chitarrista new wave 2) chitarristi rock progressivo 3) chitarrista jazz/fusion In questo modello i generi musicali popolari lavorano su relazioni a corto raggio, quelli accademici su relazioni a lungo raggio e gli artisti popolari “progressivi” lavorano su relazioni a medio raggio. Nel post precedente ho proposto tre livelli della percezione: 5, 9 e 18 secondi, la lunghezza delle “parole musicali” con cui un ascoltatore si sintonizza. Li ho detti ortogonali alle cinque strategie P-L-V-T-F, quindi una griglia di quindici celle. È elegante, e proprio per questo conviene chiedersi se sta in piedi. La domanda è semplice: i tre numeri hanno un fondamento ...

Ascolto connesso e ascolto locale

 Nel seguente articolo introduco quella che secondo me è la principale differenza di forma mentis fra il musicista di formazione accademica e gli altri nell’approccio alla creazione ed alla fruizione di musica: l’ascolto connesso. I generi da ascoltare per allenare l’ascolto connesso a mio avviso sono classica, contemporanea colta, jazz, minimalismo colto, classica indiana, flamenco, tango. Non importa la complessità: anche il Miles Davis anni 80, Al di Meola, Glass e Ludovico Einaudi funzionano per esempio. E vale anche il viceversa: non importa quanto progressivo e complesso  sia un artista appartenente ad un genere popolare: non è garantito che alleni l’ascolto connesso. Per cui per esempio  fusion e minimalismo pianistico colto sì, progressive rock e metal no.  A differenza delle 5 strategie qui c’è poco da classificare, è una distinzione che quasi coincide con l’attribuzione di genere. E credo sia una incompatibilità più strutturale, come 32 e 64 bit nei compute...

Tre mesi per cambiare orecchio

Editoriale · Educazione dell’ascolto L’orecchio che resta Dopo tre mesi di training, l’hard bop e il classicismo viennese sono diventati le mie musiche di comfort. Non perché chiedano poco, ma perché la loro complessità ha cominciato a sembrarmi casa. di Antonio Suriano Tempo di lettura: 10 minuti Dopo tre mesi di training d’ascolto è accaduto qualcosa che, all’inizio, non avrei saputo prevedere. Quando cerco riposo e familiarità, mi vengono naturali l’hard bop e il classicismo del periodo viennese. Sonny Rollins e Mozart per esempio. Musiche energiche, articolate, piene di decisioni. Eppure, oggi, confortevoli. Non sono diventate semplici. È cambiato il mio modo di organizzarle percettivamente. Ciò che prima richiedeva orientamento ora fornisce orientamento; ciò che sembrava denso ora appare gerarchico; ciò che poteva suonare come una s...

Routine popular music

Ascolta e pentiti · Routine percettive Sei dischi per allenare l’ascolto nella popular music Dai Talking Heads a Björk, passando per il blues del Mali, Frank Zappa, il trip-hop e gli Swans: un percorso in sei tappe per imparare a riconoscere pulsazione, linea, simultaneità, timbro e forma. La popular music non è necessariamente più semplice del jazz o della musica classica. Semplicemente, organizza la complessità con strumenti differenti: il groove, la canzone, l’arrangiamento, l’amplificazione, il montaggio, la produzione in studio, la ripetizione e la trasformazione dell’energia. Questa routine non vuole riassumere la storia del rock, né compilare una classifica dei sei dischi “migliori”. La domanda è più concreta: quali album possono svolgere una funzione precisa nell’allenamento dell’ascolto? I sei titoli scelti provengono da territori diversi: art...