Keith Jarrett, La Scala
Recensione, guida all’ascolto e mappa percettiva del pianoforte solo di Keith Jarrett
Devo partire da una dichiarazione personale, perché fingere neutralità sarebbe il modo peggiore di entrare in questo disco: il concerto di Keith Jarrett alla Scala è la musica più emozionante che abbia mai ascoltato.
Non significa che sia il disco più importante della storia, né che debba provocare lo stesso effetto in chiunque. Significa qualcosa di più circoscritto e, per me, più vero. Fra tutte le musiche che ho incontrato, La Scala è quella nella quale orientamento, trasformazione e commozione coincidono con maggiore naturalezza. Non devo scegliere se seguire una melodia, un campo armonico o una forma. Una linea nasce, si allontana, cambia corpo e finisce per organizzare il tempo intero.
La registrazione documenta il concerto per pianoforte solo tenuto da Jarrett al Teatro alla Scala di Milano nel febbraio 1995. È composta da due vaste improvvisazioni e dalla versione conclusiva di Over the Rainbow. Fu il primo recital di un musicista improvvisatore nel teatro milanese e venne pubblicato da ECM nel 1997.
Una recensione personale
La prima parte non presenta un tema già pronto e poi lo sviluppa. Fa qualcosa di più rischioso: permette all’identità di apparire mentre la musica sta già accadendo. All’inizio possiamo non sapere ancora che cosa conservare. Poi una figura, una direzione o una qualità del gesto comincia a resistere. Non è sempre una melodia cantabile. Può essere un profilo, un rapporto fra registri, una pressione armonica. Quando finalmente lo riconosciamo, ci accorgiamo che stavamo seguendo il percorso già da prima.
La seconda parte rende ancora più evidente il modo in cui Jarrett trasforma una figura in ambiente. La linea non scompare dentro gli accordi: cambia peso grazie agli accordi. Il basso può stabilire un terreno, le parti interne possono aprire una deviazione, la risonanza può rallentare il tempo senza fermarlo. Il pianoforte diventa grande, ma non opaco. La densità non cancella la direzione.
Poi arriva Over the Rainbow. Chiamarla una semplice distensione dopo le improvvisazioni sarebbe riduttivo. La canzone porta con sé un’identità già formata, mentre le due parti precedenti hanno dovuto conquistarla nel momento. Il suo ingresso cambia retrospettivamente il concerto. Dopo aver ascoltato una forma nascere senza garanzie, incontriamo una melodia che sembra essere sempre esistita. Non risolve ciò che precede. Gli dà una casa.
È questo, probabilmente, il centro della mia emozione. La Scala non oppone libertà e memoria. Mostra che la libertà può generare memoria, e che una melodia conosciuta può diventare il punto di arrivo di qualcosa che non era stato pianificato.
Profilo percettivo
Profilo P-L-V-T-F proposto: 11111.
Il codice completo non significa che le cinque strategie abbiano lo stesso peso.
- P, pulsivo-ciclica: figure reiterate, ostinati e campi temporali stabilizzano alcune fasi delle improvvisazioni.
- L, lineare-orizzontale: è la strategia dominante. Una figura acquista identità, prosegue, ritorna e cambia funzione.
- V, simultaneo-verticale: voicing, basso, parti interne e registri modificano continuamente il significato della linea.
- T, timbrico-spaziale: attacco, risonanza, pedale, rarefazione e pienezza partecipano alla forma.
- F, formale-energetica: le due improvvisazioni costruiscono grandi archi; Over the Rainbow modifica la memoria dell’intero concerto.
La formula più sintetica è questa: in La Scala, L costruisce l’identità, F trasforma la durata in destino, mentre P, V e T rendono abitabile il percorso.
Guida all’ascolto
Non consiglierei di ascoltare il disco cercando subito tutte e cinque le strategie. Diventerebbe un esame. Meglio attraversarlo tre volte, cambiando domanda.
Primo ascolto: lasciar nascere la forma
Ascolta il concerto intero senza leggere analisi. Alla fine annota soltanto tre cose: il primo momento in cui hai sentito di essere dentro la musica, il punto in cui hai eventualmente perso l’orientamento, il passaggio che desideri riascoltare.
Secondo ascolto: seguire ciò che resta
Nelle due parti improvvisate chiediti: «Che cosa sto conservando mentre tutto cambia?». Non pretendere che sia sempre un tema. Potrebbe essere una direzione, un intervallo, un tipo di attacco, una figura del basso, una tensione fra grave e acuto.
Quando la musica si addensa, non inseguire tutte le note. Cerca il rapporto fra tre livelli: ciò che canta, ciò che sostiene, ciò che modifica dall’interno. Qui L e V cominciano a cooperare.
Terzo ascolto: preparare Over the Rainbow
Non saltare direttamente all’encore. Ascolta la seconda improvvisazione sapendo che alla fine arriverà una canzone. Quando comincia Over the Rainbow, domanda: «Perché questa melodia, dopo ciò che ho attraversato, pesa diversamente?».
Se l’encore ti emoziona soltanto perché riconosci il tema, il centro dell’esperienza è soprattutto L. Se invece senti che le improvvisazioni hanno preparato il modo di riceverlo, allora F è diventata decisiva.
Opere classiche percettivamente affini
Le affinità seguenti non sono influenze dimostrate e non dipendono dalla somiglianza stilistica. Indicano opere nelle quali una linea, un campo o una figura attraversano una durata ampia e diventano forma.
Franz Schubert, Sonata in si bemolle maggiore D 960
Affinità con La Scala: 5/5. Profilo proposto: 11101, con dominanza L-F.
È il parente classico più vicino. Una linea distesa attraversa deviazioni, ritorni e sospensioni senza perdere il proprio carattere. La domanda comune è semplice: quanto lontano può andare una figura prima di smettere di essere la stessa esperienza?
Robert Schumann, Fantasie in do maggiore op. 17
Affinità: 5/5. Profilo proposto: 11111, con dominanza L-F.
Slancio, canto, interruzione e raccoglimento convivono dentro un grande arco. Rispetto a Schubert è più discontinua, e proprio per questo ricorda il modo in cui un’improvvisazione può aprire zone contrastanti e ricomporle attraverso la memoria.
Ludwig van Beethoven, Sonata op. 111, II movimento: Arietta
Affinità: 5/5. Profilo proposto: 11111, con dominanza P-L-F.
Un’identità semplice attraversa variazioni di ritmo, densità, registro e materia pianistica. La parentela percettiva non è fra jazz e forma classica. È nel principio: qualcosa resta riconoscibile, ma non rimane fermo.
Franz Liszt, Sonata in si minore
Affinità: 4/5. Profilo proposto: 11111, con dominanza L-V-F.
Pochi motivi generano caratteri, registri e densità differenti. È più drammatica e più determinata di La Scala, ma condivide la capacità di lasciare che una figura costruisca un mondo più grande di sé.
Johannes Brahms, Klavierstücke op. 117
Affinità: 4/5. Profilo proposto: 01111, con dominanza L-V.
È affine al lato raccolto del concerto e soprattutto a Over the Rainbow. La linea resta semplice, ma basso, voci interne e risonanza ne cambiano continuamente il peso.
Claude Debussy, Images, Libro I
Affinità: 4/5. Profilo proposto: 11111, con dominanza V-T-F.
La parentela riguarda i passaggi nei quali Jarrett sospende il canto e permette a registro, risonanza e colore di produrre la forma. Qui la linea non scompare, ma smette di essere l’unica guida.
Opere jazzistiche percettivamente affini
Paul Bley, Open, to Love
Affinità: 4/5. Profilo proposto: 01111, con dominanza L-V-T.
Jarrett tende a generare continuità per espansione; Bley spesso per sottrazione. In entrambi, però, la linea viene trasformata dal rapporto con accordo, silenzio e risonanza.
Abdullah Ibrahim, African Piano
Affinità: 4/5. Profilo proposto: 11101, con dominanza P-L-F.
Il canto emerge da vamp, figure del basso, inni e memoria. Rispetto a La Scala la direzione è più terrena e ciclica, ma il tema diventa forma nello stesso modo fondamentale: restando riconoscibile mentre il campo lo trasforma.
Chick Corea, Piano Improvisations, Vol. 1 e 2
Affinità: 4/5. Profilo proposto: 11111, con dominanza P-L-V.
Le forme sono più brevi e concentrate, ma linea, voicing e struttura nascono spesso dallo stesso gesto. Sono un buon ponte verso il laboratorio improvvisativo dal quale emergeranno i grandi concerti solistici di Jarrett.
Brad Mehldau, Elegiac Cycle
Affinità: 4/5. Profilo proposto: 11101, con dominanza L-V-F.
La parentela passa attraverso la memoria tematica e l’indipendenza delle parti. Mehldau espone più chiaramente la costruzione contrappuntistica; Jarrett lascia più spesso che la relazione emerga dentro il flusso.
Il pianoforte solo di Keith Jarrett: quanto somiglia a La Scala?
Per rendere il confronto coerente considero le principali pubblicazioni ufficiali di Jarrett al pianoforte solo, improvvisate o dedicate agli standard. Escludo le incisioni del repertorio classico, gli album per organo, clavicordo o più strumenti e le registrazioni di gruppo. Il voto misura la somiglianza percettiva con La Scala, non la qualità artistica.
Facing You
Somiglianza: 4/5. Otto composizioni brevi tenute insieme come una suite. Contiene già la capacità di far nascere forma, canto e voicing dallo stesso gesto, ma non possiede ancora la vastità dei grandi concerti.
Solo-Concerts Bremen/Lausanne
Somiglianza: 5/5. È il precedente fondamentale. Lunghe improvvisazioni, figure generative, campi ciclici e grandi archi. Più esplorativo e meno liricamente concentrato di La Scala.
The Köln Concert
Somiglianza: 5/5. Condivide melodia, ostinato, intimità e organizzazione spontanea della grande forma. È più immediatamente ciclico e propulsivo; La Scala mi sembra più ampia nel colore e più profonda nel rapporto fra improvvisazione e canto finale.
Staircase
Somiglianza: 4/5. Studio di piano solo nel quale linee, accordi e risonanze costruiscono forme ampie. Più introspettivo e meno dipendente dalla tensione del concerto pubblico.
Sun Bear Concerts
Somiglianza: 5/5, con forte variazione fra i cinque concerti. È il grande laboratorio di P-L-F: idee ritmiche e melodiche generano ogni sera forme diverse. Più enciclopedico di La Scala, meno concentrato in un solo arco emotivo.
Concerts: Bregenz/München
Somiglianza: 4,5/5. Due concerti di grandissima ampiezza stilistica, capaci di passare fra jazz, blues, barocco, lirismo e gesto moderno. Affini per continuità formale, leggermente meno prossimi per temperatura emotiva.
Dark Intervals
Somiglianza: 3/5. Più concentrato sull’intervallo, sul silenzio e sulla configurazione breve. È un Jarrett più verticale, rarefatto e severo, lontano dal flusso lirico che considero centrale alla Scala.
Paris Concert
Somiglianza: 4,5/5. Grande arco, attenzione alla linea e forte presenza della tradizione pianistica europea. Più austero e architettonico, meno avvolgente nel canto.
Vienna Concert
Somiglianza: 5/5. Il parente più vicino fra i concerti precedenti. L-F domina: una traiettoria lunga organizza armonia, densità e memoria. È forse più monumentale; La Scala più intima e umanamente risolta.
La Scala
Somiglianza: 5/5 per definizione. Il mio centro di riferimento: due improvvisazioni estese e un encore che trasforma retrospettivamente l’intero concerto. Per me, la musica più emozionante mai ascoltata.
A Multitude of Angels
Somiglianza: 5/5. Quattro concerti italiani del 1996 e conclusione della fase delle improvvisazioni senza interruzioni interne al set. È il corpus più vicino alla Scala per periodo, formato e ampiezza. La maggiore quantità di materiale disperde però ciò che alla Scala appare concentrato in un’unica esperienza.
The Melody at Night, with You
Somiglianza: 4/5. È vicinissimo a Over the Rainbow, lontano dalle due lunghe improvvisazioni. Il canto viene ridotto alla propria essenza e l’emozione nasce da tocco, voicing, silenzio e memoria.
Radiance
Somiglianza: 3/5. Segna il passaggio dalle lunghe forme continue a movimenti più brevi e contrastanti. Più astratto, percussivo e frammentario, pur conservando ballate e cadenze inniche.
Tokyo Solo
Somiglianza: 3/5. Documento audiovisivo della fase di Radiance. Alterna melodie spontanee, episodi concisi, densità e ostinati; la forma nasce dal montaggio della suite più che da un unico arco ininterrotto.
The Carnegie Hall Concert
Somiglianza: 4/5. Suite di pezzi relativamente brevi, ciascuno formalmente compiuto, seguita da numerosi encore. Molto vicino per varietà emotiva e qualità del canto, meno per la continuità delle due grandi improvvisazioni.
La Fenice
Somiglianza: 4,5/5. Otto pezzi spontanei attraversano blues, atonalità e ballata. È uno dei successori più convincenti: conserva il rapporto fra teatro italiano, invenzione e canto, ma lo organizza in forma segmentata.
Paris/London: Testament
Somiglianza: 4/5. Due concerti costruiti come suite contrastanti, con lirismo, blues, ritmo e passaggi astratti. La parentela sta nella ricchezza delle fonti; la differenza nella prevalenza dei movimenti brevi.
Rio
Somiglianza: 4/5. Quindici pezzi concisi, calorosi ed energici, con ballate, vamp, blues e colori latinoamericani. È forse il Jarrett tardo più immediatamente accessibile, ma la continuità è modulare, non monumentale.
Creation
Somiglianza: 3/5. Non documenta un singolo concerto: Jarrett seleziona momenti da sei esibizioni e costruisce una nuova drammaturgia. Affine per qualità dei materiali, meno per l’esperienza irripetibile di un’unica serata.
Munich 2016
Somiglianza: 4,5/5. Suite spontanea di forme contrastanti, con complessità poliritmica e armonica, blues, lirismo popolare e Over the Rainbow fra gli encore. È uno dei parenti tardi più vicini, pur nella forma a episodi.
Budapest Concert
Somiglianza: 4/5. Suite composita, alternanza fra profondità scura, studi poliritmici, ballate e standard conclusivi. Molto affine nel rapporto fra contrasto e canto, meno nell’arco continuo.
Bordeaux Concert
Somiglianza: 4,5/5. Fra i concerti del 2016 è quello in cui l’impulso lirico appare più evidente. Le forme restano brevi, ma la comunicazione intima e le melodie tratte dal silenzio lo avvicinano molto al centro emotivo della Scala.
New Vienna
Somiglianza: 4/5. Nove parti contrastanti, dalla densità vorticosa agli accordi sospesi e alla melodia dolente. Quasi enciclopedico negli idiomi, ma più frammentato della Scala.
La mappa finale
Somiglianza massima, 5/5: Bremen/Lausanne, The Köln Concert, Sun Bear Concerts, Vienna Concert, A Multitude of Angels.
Somiglianza molto alta, 4,5/5: Concerts: Bregenz/München, Paris Concert, La Fenice, Munich 2016, Bordeaux Concert.
Somiglianza alta, 4/5: Facing You, Staircase, The Melody at Night, with You, The Carnegie Hall Concert, Testament, Rio, Budapest Concert, New Vienna.
Somiglianza parziale, 3/5: Dark Intervals, Radiance, Tokyo Solo, Creation.
Da dove continuare
Se ciò che amo nella Scala è la grande forma improvvisata, il percorso più diretto è: Vienna Concert, A Multitude of Angels, Bremen/Lausanne, Sun Bear Concerts.
Se il centro è la trasformazione della linea, sceglierei: Schubert D 960, Beethoven op. 111, Schumann op. 17 e Paris Concert.
Se il centro è il modo in cui Over the Rainbow raccoglie il concerto, sceglierei: Brahms op. 117, The Melody at Night, with You, Paul Bley e Abdullah Ibrahim.
Ma la domanda decisiva rimane una sola:
Sto seguendo una melodia, oppure sto seguendo il modo in cui una melodia diventa forma?
Fonti
- ECM Records: La Scala
- ECM Records: Keith Jarrett
- ECM Records: Solo-Concerts Bremen/Lausanne
- ECM Records: Sun Bear Concerts
- ECM Records: A Multitude of Angels
- ECM Records: Radiance
- ECM Records: La Fenice
- ECM Records: Munich 2016
- ECM Records: Budapest Concert
- ECM Records: Bordeaux Concert
- ECM Records: New Vienna
Appendice: i cinque Sun Bear Concerts
Sun Bear Concerts non è un unico concerto moltiplicato per cinque. È un esperimento irripetibile: lo stesso pianista, nello stesso viaggio, affronta ogni sera il problema di inventare una nuova forma senza poter ripetere quella precedente.
Il cofanetto raccoglie cinque concerti completi registrati in Giappone nel novembre 1976: Kyoto, Osaka, Nagoya, Tokyo e Sapporo. Ciascun concerto è diviso in due grandi parti. L’edizione completa contiene inoltre gli encore di Sapporo, Tokyo e Nagoya.
ECM presenta il ciclo come la testimonianza della capacità di Jarrett di trovare, sera dopo sera, forme nuove nel momento, attraverso un flusso particolarmente ricco di idee melodiche e ritmiche. Questa descrizione spiega perché non sia sufficiente assegnare un solo profilo percettivo all’intero cofanetto.
I giudizi seguenti non misurano la qualità artistica dei cinque concerti. Indicano quanto ciascuno mi sembri percettivamente vicino a La Scala, assunto come centro di riferimento: una linea che nasce dentro l’improvvisazione, attraversa trasformazioni estese e finisce per organizzare un grande arco emotivo.
Kyoto, 5 novembre 1976
Somiglianza con La Scala: 5/5.
Profilo P-L-V-T-F proposto: 11111, con dominanza L-F.
Kyoto è uno dei concerti del ciclo che avvicinerei maggiormente alla Scala. L’impressione fondamentale è quella di una forma che cerca progressivamente il proprio centro. La linea non viene consegnata subito all’ascoltatore come un tema già completo: emerge dal movimento, acquista riconoscibilità e comincia a produrre memoria.
P sostiene alcune fasi attraverso figure ricorrenti e campi pulsivi. V diventa importante quando basso, accordi e registri non si limitano ad accompagnare la linea, ma ne modificano il significato. T partecipa attraverso l’alternanza fra rarefazione, risonanza e maggiore pienezza pianistica. F ricompone questi elementi in un percorso esteso.
La parentela con La Scala riguarda soprattutto il modo in cui l’identità viene conquistata durante l’ascolto. La differenza è che Kyoto mi sembra più esplorativo e meno orientato verso una conclusione lirica capace di reinterpretare retrospettivamente tutto ciò che precede.
Domanda d’ascolto: in quale momento una figura smette di essere un evento locale e diventa il filo del concerto?
Osaka, 8 novembre 1976
Somiglianza con La Scala: 4,5/5.
Profilo P-L-V-T-F proposto: 11111, con dominanza P-F.
Osaka porta maggiormente in primo piano il rapporto fra impulso e costruzione. La forma sembra nascere meno dalla continuità di un canto e più dalla capacità di una figura ritmica o motoria di stabilire un campo, accumulare energia e generare conseguenze.
L rimane importante, ma può assumere la forma di cellule brevi, profili o gesti che attraversano registri differenti. V emerge nella relazione fra basso, accordi e figure superiori. T acquista rilievo quando la densità e l’attacco diventano parte della trasformazione. Il centro, tuttavia, è spesso la cooperazione fra P e F: qualcosa ritorna e, ritornando, cambia la direzione dell’arco.
Rispetto alla Scala, Osaka mi sembra meno raccolto e meno chiaramente governato dal canto. È però molto vicino al suo principio generativo: una figura non viene semplicemente ripetuta, ma diventa il motore di una forma che non esisteva prima.
Domanda d’ascolto: il ciclo ritmico rimane un accompagnamento oppure comincia a produrre la forma?
Nagoya, 12 novembre 1976
Somiglianza con La Scala: 4,5/5.
Profilo P-L-V-T-F proposto: 11111, con dominanza L-V-F.
Nagoya è particolarmente utile per ascoltare la relazione fra linea e campo armonico. La continuità non dipende soltanto dal riconoscimento di una melodia, ma dal modo in cui voicing, parti interne e registri ne modificano continuamente il peso.
Qui V non sostituisce L. Le permette di cambiare. Una figura superiore può acquistare un significato nuovo perché il basso si sposta, perché una parte interna diventa più insistente o perché la disposizione dell’accordo cambia la prospettiva. F conserva la memoria di queste trasformazioni e impedisce che la lunga durata si riduca a una successione di episodi.
La parentela con la Scala riguarda soprattutto il pianoforte inteso come ambiente abitabile. La linea rimane percepibile, ma non vive mai da sola. Rispetto al concerto milanese, Nagoya mi sembra leggermente meno concentrato su un unico approdo emotivo.
Domanda d’ascolto: quando la linea ritorna, è davvero la stessa oppure è cambiata perché è cambiato ciò che le sta intorno?
Tokyo, 14 novembre 1976
Somiglianza con La Scala: 4,5/5.
Profilo P-L-V-T-F proposto: 11111, con dominanza P-L-F.
Tokyo rende particolarmente evidente la capacità di Jarrett di passare fra canto, moto e grande forma. L’identità può comparire come melodia, trasformarsi in ciclo, perdere temporaneamente il primo piano e riemergere dopo una zona più densa o più astratta.
P offre orientamento quando la musica stabilisce figure ricorrenti. L conserva la memoria del materiale. V diventa sostanziale nei passaggi nei quali più piani devono essere ascoltati insieme. T modifica la percezione della distanza e della densità. F collega regioni che, prese separatamente, potrebbero sembrare appartenere a discorsi differenti.
Rispetto alla Scala, Tokyo è forse più mobile e meno unitario sul piano emotivo. La somiglianza rimane molto alta perché entrambi i concerti chiedono di riconoscere una continuità che non coincide con la presenza costante della stessa melodia.
Domanda d’ascolto: che cosa permette di riconoscere lo stesso percorso quando cambiano ritmo, densità e carattere?
Sapporo, 18 novembre 1976
Somiglianza con La Scala: 5/5.
Profilo P-L-V-T-F proposto: 11111, con dominanza L-F e forte sostegno T.
Sapporo è l’altro grande candidato alla massima affinità con la Scala. La sua vicinanza non dipende dalla presenza di uno stile identico, ma dal rapporto fra canto, spazio e durata. La linea può emergere da una zona rarefatta, acquistare progressivamente corpo e diventare il centro di un arco molto più grande.
T assume un peso particolare quando risonanza, registro e densità non si limitano a colorare il materiale, ma determinano il modo in cui la forma respira. V permette di cogliere ciò che accade fra linea, basso e accordi. P stabilisce campi temporali locali. È però L, sostenuta da F, a trasformare il concerto in un’esperienza continuativa.
Rispetto alla Scala, Sapporo conserva una qualità più aperta e meno definitivamente ricomposta da un canto conclusivo noto. Proprio questa differenza rende utile il confronto: mostra che Jarrett può raggiungere una forte continuità emotiva anche senza affidare l’ultima parola a uno standard come Over the Rainbow.
Domanda d’ascolto: la risonanza prolunga semplicemente i suoni oppure prolunga anche la memoria della forma?
Gli encore
L’edizione completa raccoglie gli encore di Sapporo, Tokyo e Nagoya. Non li considererei appendici decorative. Dopo concerti costruiti attraverso grandi durate, un brano più breve può raccogliere, restringere o modificare l’esperienza precedente.
Encore di Sapporo: affinità con La Scala 5/5. È il caso da confrontare più direttamente con la funzione di Over the Rainbow: dopo una costruzione estesa, una forma più concentrata può diventare il luogo nel quale l’esperienza trova una nuova misura.
Encore di Tokyo: affinità 4,5/5. Il passaggio dalla grande forma alla concisione mette in evidenza la capacità di Jarrett di conservare identità e calore senza dover ricostruire un altro arco monumentale.
Encore di Nagoya: affinità 4,5/5. La brevità rende più esposto il rapporto fra linea, voicing e memoria del concerto. Ciò che conta non è soltanto il brano in sé, ma il modo in cui viene ricevuto dopo il percorso precedente.
Nel confronto con la Scala rimane però una differenza decisiva. Over the Rainbow porta con sé una melodia culturalmente riconoscibile e già dotata di memoria. Per questo può sembrare non soltanto la conclusione di una serata, ma il punto nel quale improvvisazione individuale e memoria condivisa finalmente si incontrano.
Mappa dei cinque concerti
- Kyoto: L-F, identità che emerge durante il percorso; somiglianza 5/5.
- Osaka: P-F, ciclo ed energia generano la forma; somiglianza 4,5/5.
- Nagoya: L-V-F, la linea cambia attraverso il campo armonico; somiglianza 4,5/5.
- Tokyo: P-L-F, continuità attraverso cambi di carattere; somiglianza 4,5/5.
- Sapporo: L-T-F, canto, spazio e durata; somiglianza 5/5.
Da dove cominciare
Se cerco nei Sun Bear Concerts ciò che amo soprattutto nella Scala, partirei da Sapporo e Kyoto. Sono i due concerti nei quali prevedo più facilmente la stessa cooperazione fra linea e grande arco.
Proseguirei con Nagoya, per ascoltare come voicing e parti interne trasformano la linea; con Tokyo, per seguire la continuità attraverso materiali differenti; infine con Osaka, per verificare quanto la mia naturalezza possa dipendere dal ciclo e dall’energia invece che dal canto.
Il cofanetto acquista così un significato diverso. Non è più una distesa di oltre sei ore da attraversare indistintamente. È composto da cinque risposte alla stessa domanda:
come si può inventare una forma lunga senza sapere in anticipo quale identità finirà per tenerla insieme?
Nota metodologica
I profili e i voti di somiglianza sono proposte percettive, non classificazioni pubblicate da ECM. Descrivono il rapporto ipotizzato fra ciascun concerto e il mio centro di riferimento personale, La Scala. Un nuovo ascolto può confermarli, correggerli o mostrare che due concerti apparentemente simili diventano naturali per ragioni differenti.
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