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Solo piano

Solo piano

Per una settimana ho ascoltato quasi soltanto due opere: le Variazioni Goldberg di Johann Sebastian Bach nell’interpretazione di Glenn Gould del 1981 e The Köln Concert di Keith Jarrett. Nei ritagli di tempo ho continuato ad ascoltare musica classica per pianoforte. Nessun programma scientifico, nessuna tabella di marcia. Semplicemente, per alcuni giorni, il mio paesaggio musicale si è ristretto intorno a un solo strumento.

Alla fine della settimana ho avuto un’impressione abbastanza netta: erano migliorate tutte e cinque le mie strategie di ascolto. Non soltanto la linea, la simultaneità e la forma, che sembrano le facoltà più direttamente sollecitate dal pianoforte. Sentivo più chiaramente anche il ciclo e il timbro. La cosa più importante, però, è accaduta dopo. Tornando ad ascoltare musica diversa, compreso il rock, la maggiore definizione non è scomparsa. Le cinque strategie continuavano a essere più disponibili.

Non posso trasformare questa esperienza in una legge generale. Posso però provare a descrivere che cosa è successo.

Due modi di trasformare un’identità

Le Variazioni Goldberg e The Köln Concert sono opere molto diverse. Bach parte da una struttura data e la attraversa mediante variazioni che cambiano ritmo, registro, densità, articolazione e disposizione delle voci. Jarrett costruisce invece la continuità mentre suona: una figura produce un ostinato, l’ostinato apre un campo armonico, dal campo emerge una linea, la linea accumula energia oppure si dissolve.

Nel primo caso l’identità precede la trasformazione. Nel secondo sembra nascere insieme a essa. Gould permette di osservare come qualcosa possa rimanere riconoscibile attraverso mutazioni rigorosamente organizzate. Jarrett mostra come un’identità possa formarsi, stabilizzarsi, deviare e trovare conseguenze senza essere stata interamente progettata in anticipo.

Le due esperienze hanno però un centro comune: entrambe chiedono di seguire un’identità mentre cambia. Non basta riconoscere un tema, un accordo o una figura ritmica. Bisogna conservare nella memoria ciò che è accaduto e sentire come il presente ne modifica il significato.

Il ciclo senza batteria

Avrei potuto pensare che una settimana di pianoforte avrebbe indebolito temporaneamente la mia attenzione pulsivo-ciclica. È accaduto il contrario.

Nelle Variazioni Goldberg il ciclo non si presenta necessariamente come groove evidente. Agisce nella danza, nella simmetria delle frasi, nel ritorno delle strutture, negli spostamenti d’accento e nel rapporto fra regolarità e articolazione. Nel Köln Concert diventa più corporeo: ostinati, cellule reiterate e figure della mano sinistra costruiscono campi nei quali ogni ritorno contiene una differenza.

Questi ascolti sembrano aver reso P meno dipendente dai suoi segnali più appariscenti. Tornando al rock, non sentivo soltanto il battito o il riff. Sentivo meglio gli incastri, le anticipazioni, il peso relativo degli accenti e le variazioni interne alla ripetizione. Il pianoforte non aveva sostituito il corpo ritmico della band. Aveva aumentato la risoluzione con cui riuscivo ad ascoltarlo.

La linea dentro la trasformazione

La strategia lineare è forse quella più immediatamente riconoscibile in questi due ascolti, ma non viene allenata nello stesso modo.

Con Gould una voce può emergere, passare in secondo piano, incrociarne un’altra e riapparire in un diverso registro. Seguire la linea significa conservarne l’identità anche quando non occupa il centro. Con Jarrett la linea può invece nascere da una figura, espandersi, interrompersi e lasciare il proprio posto a un nuovo gesto. Bisogna seguirne la direzione senza pretendere che rimanga sempre una melodia chiaramente separata.

Il risultato non è soltanto una maggiore attenzione alle melodie. È una maggiore disponibilità a riconoscere traiettorie. Nel rock questo può significare seguire il basso come voce autonoma, accorgersi che il riff si trasforma, conservare una linea coperta dalla distorsione o sentire che il canto continua idealmente nello spazio lasciato dagli strumenti.

Un pianoforte può essere un insieme

Uno strumento solo non produce necessariamente un ascolto monofonico. Il pianoforte può comportarsi come un piccolo ensemble. La mano sinistra può costruire il campo, la destra tracciare una linea, una voce interna modificare l’armonia e la risonanza collegare eventi che sulla carta sembrerebbero separati.

Nelle Variazioni Goldberg la simultaneità è resa evidente dal contrappunto e dalla continua ridefinizione dei rapporti fra le parti. Nel Köln Concert nasce dalla convivenza fra basso, accordi, figure iterative, canto e risonanza. In entrambi i casi bisogna separare i piani senza spezzare il gesto complessivo.

Questo esercizio sembra essersi trasferito alla musica di gruppo. Tornando al rock, le parti non si disponevano più automaticamente in una gerarchia rigida con il cantante davanti e tutto il resto dietro. Era più facile spostare l’attenzione, ascoltare due agenti contemporaneamente e poi ricomporli nell’insieme.

La scoperta del timbro dentro un solo strumento

Il cambiamento più sorprendente ha riguardato T. Quando si parla di timbro, si pensa facilmente alla varietà degli strumenti, alla produzione elettronica, alla distorsione o allo spazio di registrazione. Una settimana quasi interamente pianistica sembrerebbe offrire poco materiale. In realtà elimina una scorciatoia.

Quando le sorgenti cambiano continuamente, riconoscere il timbro è facile: una chitarra non è un pianoforte, una voce non è una batteria. Quando rimane soltanto il pianoforte, l’orecchio deve scendere più in profondità. Comincia a distinguere l’attacco, il peso, il decadimento, la risonanza, il registro, la distanza, la densità e il rapporto fra suono e silenzio.

Gould e Jarrett mostrano due concezioni quasi opposte dello stesso strumento. In Gould l’articolazione separa, organizza e mette a fuoco. Il timbro aiuta a distinguere le voci e a rendere leggibile la struttura. In Jarrett la risonanza prolunga, avvolge e trasforma. Il suono non si limita a esporre le note, ma costruisce l’ambiente nel quale le figure acquistano peso.

Uno conduce verso un ascolto timbrico analitico. L’altro verso un ascolto timbrico spaziale ed energetico. La riduzione apparente della varietà ha quindi prodotto l’effetto contrario: mi ha permesso di percepire una varietà più sottile.

Quando sono tornato al rock, anche distorsione, amplificazione e produzione risultavano più articolate. Non erano semplicemente colori aggiunti alla composizione. Partecipavano alla forma, separavano oppure fondevano i piani, prolungavano gli attacchi e modificavano il comportamento dell’energia.

La forma come memoria

Ascoltare più volte opere ampie riduce gradualmente lo sforzo necessario per orientarsi. Quando non bisogna più domandarsi continuamente dove ci si trova, una parte dell’attenzione diventa disponibile per osservare come ci si è arrivati.

Le Variazioni Goldberg allenano una memoria fatta di permanenza e differenza. Ogni variazione è autonoma, ma appartiene a un arco che modifica il significato del ritorno finale. Nel Köln Concert la forma è meno predeterminata e deve essere ricostruita attraverso soglie, accumuli, distensioni, cambi di campo e nuove partenze.

In entrambi i casi la forma non coincide con la durata. È il sistema delle conseguenze. Un evento acquista significato perché qualcosa lo ha preparato, perché trasforma ciò che segue oppure perché ritorna con un peso diverso.

Anche questa capacità sembra essersi trasferita. Nel rock risultavano più udibili le proporzioni, la funzione di una ripresa, il momento in cui un brano smetteva di accumulare e cominciava a liberare energia. Non stavo soltanto riconoscendo le sezioni. Sentivo meglio la necessità, o talvolta la debolezza, del loro rapporto.

Dal miglioramento locale al trasferimento

Durante la settimana avrei potuto confondere la familiarità con un miglioramento generale. Riascoltando le stesse opere, è normale anticipare passaggi, riconoscere ritorni e separare elementi prima indistinti. Questo dimostra che si è imparato ad ascoltare meglio quegli oggetti, ma non necessariamente che la capacità sia diventata disponibile altrove.

Il passaggio decisivo è stato il ritorno ad altra musica. Nel mio caso il cambiamento è rimasto percepibile anche nel rock. P e T non sono state semplicemente conservate: mi sono sembrate più fini. Anche L, V e F risultavano più facilmente attivabili e, soprattutto, più disposte a collaborare.

Questa è la differenza fra adattamento e trasferimento. Nel primo caso si impara una mappa. Nel secondo si impara a orientarsi.

Le cinque strategie non erano cinque stanze

La scoperta più interessante non riguarda forse il miglioramento di cinque capacità separate. Riguarda il modo in cui esse hanno cominciato a comunicare.

Un attacco pianistico è timbro, ma può anche rendere riconoscibile una linea. Una risonanza è spazio, ma può unire due eventi lontani e contribuire alla forma. Un ostinato è ciclo, ma costruisce anche il campo nel quale una melodia diventa seguibile. Un accordo è simultaneità, ma il modo in cui si accumula o si svuota modifica l’energia complessiva.

Le cinque strategie non sono stanze nelle quali entrare una alla volta. Sono finestre che possono aprirsi sullo stesso evento. Più diventano disponibili, meno è necessario scegliere anticipatamente che cosa ascoltare. L’attenzione può spostarsi dal dettaglio all’insieme e tornare indietro senza perdere l’orientamento.

Solo piano, non soltanto pianoforte

Per una settimana ho apparentemente ristretto il campo. Ho ascoltato due grandi opere pianistiche e, intorno a esse, altra musica per pianoforte. Ma quella restrizione ha funzionato come un ingrandimento.

Le Variazioni Goldberg di Gould mi hanno mostrato la precisione con cui un’identità può attraversare variazioni, registri, densità e relazioni fra voci. The Köln Concert mi ha mostrato il momento in cui un’identità nasce dal suono, prende forma attraverso la ripetizione e costruisce il proprio approdo mentre procede.

Insieme, i due ascolti hanno allenato ciclo, linea, simultaneità, timbro e forma. Non perché contengano semplicemente tutte queste dimensioni, ma perché costringono continuamente a passare dall’una all’altra. Il risultato soggettivo non è rimasto confinato al pianoforte. È riapparso nella musica diversa, compreso il rock.

Credevo di aver trascorso una settimana dentro un solo strumento. Probabilmente stavo imparando ad ascoltare meglio tutto il resto.

Commenti

  1. Per la cronaca la versione 1981 delle Goldberg. Ora potrà sembrare una boutade ad alcuni, ma il risultato è molto interessante perché per me questi due ascolti sono easy listening, per tutta una serie di motivi. Inoltre anche il restringere tutto ad un solo strumento è molto rilassante. Gli ascolti tra l'altro sono avvenuti in sottofondo, nemmeno attivi.

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