Rap, pro e contro
È possibile realizzare un training completo dell’ascolto usando soltanto dischi rap? Sì, a condizione di non ridurre il genere al beat e alla parola. Il rap comprende anche stratificazione, campionamento, ricerca timbrica, organizzazione dello spazio e costruzione della forma.
Il suo punto di forza è evidente: ritmo e flow permettono di entrare immediatamente nella musica. Il suo limite è altrettanto chiaro: senza una selezione accurata, il training rischia di sviluppare soprattutto le strategie pulsivo-ciclica e lineare-orizzontale, trascurando le altre.
1. Missy Elliott, Supa Dupa Fly
Strategia principale: pulsivo-ciclica.
Il disco insegna a percepire il beat come un organismo vivo. Cassa, rullante, basso, sincopi e microvariazioni costruiscono cicli riconoscibili, mentre la voce si colloca dentro il ritmo senza limitarsi a raddoppiarlo.
Esercizio: tenere il battito regolare con il piede e seguire con la mano soltanto gli accenti della voce. In questo modo si avverte la relazione fra beat e flow.
2. Eric B. & Rakim, Paid in Full
Strategia principale: lineare-orizzontale.
Qui l’attenzione si sposta sulla frase. Il flow diventa una linea musicale fatta di accenti, pause, rime interne, articolazioni e periodi che possono attraversare i confini della battuta.
Esercizio: durante il primo ascolto, sospendere l’attenzione per il significato delle parole e seguire la voce come se fosse uno strumento. L’obiettivo è prevedere dove terminerà ogni frase.
3. A Tribe Called Quest, The Low End Theory
Strategia principale: simultaneo-verticale.
Il rap non è composto soltanto da voce e beat. In questo disco bisogna ascoltare contemporaneamente basso, batteria, campioni armonici, voce principale, risposte vocali e piccoli eventi collocati ai margini del mix.
Esercizio: ascoltare una traccia più volte, seguendo prima il basso, poi la batteria e infine gli altri strati. Nell’ultimo ascolto bisogna provare a mantenere presenti tutti i livelli.
4. Madvillain, Madvillainy
Strategia principale: timbrico-spaziale.
Il campionamento diventa composizione della materia sonora. Contano la grana dei suoni, i tagli, le distanze apparenti, il rapporto fra primo piano e sfondo e il contrasto fra la voce e gli ambienti strumentali.
Esercizio: invece di identificare la fonte di ogni campione, chiedersi se il suono è vicino o lontano, compatto o poroso, largo o puntiforme, continuo o improvvisamente interrotto.
5. Kendrick Lamar, To Pimp a Butterfly
Strategia principale: formale-energetica e integrazione.
Il punto di arrivo riunisce le cinque strategie. Il disco combina varietà del flow, densità strumentale, ricerca timbrica, riferimenti al jazz, al funk e al soul, ricorrenza di motivi e costruzione narrativa dell’intero album.
Esercizio: attribuire a ogni brano una funzione energetica, come apertura, espansione, deviazione, crisi, sospensione, ritorno o conclusione. Alla fine bisogna ricostruire la curva complessiva dell’album senza affidarsi soltanto alla trama dei testi.
La progressione
- Supa Dupa Fly: corpo e ciclo.
- Paid in Full: flow e sviluppo della frase.
- The Low End Theory: stratificazione simultanea.
- Madvillainy: timbro, montaggio e spazio.
- To Pimp a Butterfly: forma e integrazione.
La traiettoria può essere riassunta così:
groove → flow → strati → spazio → forma
I pro
- Il ritmo offre un accesso immediato e corporeo all’ascolto.
- Il flow sviluppa una notevole sensibilità per accenti, fraseggio e microvariazioni.
- Il campionamento educa a riconoscere grana, montaggio e stratificazione.
- La continuità culturale fra i dischi rende il percorso coerente e motivante.
- Le opere più ambiziose permettono di lavorare anche sulla forma dell’album.
I contro
- La centralità del beat può attirare quasi tutta l’attenzione sulla pulsazione.
- Il significato delle parole può far dimenticare la voce come oggetto musicale.
- La verticalità armonica è spesso meno evidente rispetto ad altri repertori.
- Il ciclo e il loop possono rendere meno immediata la percezione della grande forma.
- Una selezione poco varia rischia di allenare molto bene soltanto due strategie.
Conclusione
Il rap può sostenere un autentico allenamento completo, ma non attraverso una selezione casuale di classici. Servono dischi capaci di portare progressivamente l’ascoltatore dal beat alla frase, dalla frase agli strati, dagli strati allo spazio e infine alla forma.
Questo percorso non sostituisce necessariamente un training aperto al jazz, alla musica classica, al rock e all’elettronica. Ne rappresenta però una valida variante monografica: meno estesa nelle differenze di linguaggio, ma forte per coerenza, piacere e continuità dell’esperienza.
Il risultato non è imparare ad amare tutto il rap. È usare il rap per rendere l’ascolto più mobile, consapevole e libero.
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