Diventiamo ciò che ascoltiamo
Quando pensiamo alla musica, crediamo di essere noi a scegliere: un disco, un artista, un genere. Ma vale anche il contrario. La musica che frequentiamo finisce per scegliere, almeno in parte, il tipo di ascoltatori che diventiamo.
Ogni ascolto allena l’attenzione, crea aspettative e ci abitua a riconoscere alcune relazioni più facilmente di altre. Ogni disco modifica, anche solo leggermente, il modo in cui ascolteremo quello successivo.
L’ascolto costruisce l’ascoltatore
Ogni repertorio educa l’orecchio in una direzione particolare.
Il funk e l’afrobeat affinano la percezione della pulsazione e del groove. Il blues e il canto insegnano a seguire le inflessioni di una linea. Il jazz e la musica tonale rendono più sensibili agli accordi e alle tensioni armoniche. L’ambient e l’elettronica sperimentale portano in primo piano il timbro e lo spazio. Le grandi forme di Mahler, Reich o dei Pink Floyd allenano a percepire processi, attese, accumuli e climax.
Ogni musica apre una finestra, ma nessuna finestra mostra l’intero paesaggio.
Se ascoltiamo soltanto quello che già amiamo, le nostre capacità si rafforzano ma difficilmente si ampliano. Chi privilegia l’armonia può trascurare il ritmo; chi cerca il ritmo può non accorgersi del timbro; chi si concentra sul suono può perdere la forma.
Non perché queste dimensioni non esistano, ma perché il suo ascolto non ha ancora imparato a riconoscerle.
Quando usiamo la strategia sbagliata
Anche un ascoltatore competente può giudicare una musica secondo criteri che non le appartengono. Può cercare sviluppo melodico dove il centro è il timbro, progressioni armoniche dove conta la pulsazione, una forma narrativa dove agiscono ripetizione ed energia.
Non ascolta necessariamente male in senso assoluto. Sta usando una strategia inadatta all’oggetto.
La trasformazione elettrica di Miles Davis ne offre un esempio evidente. In dischi come Bitches Brew e On the Corner , il solista perde parte della sua centralità, mentre basso elettrico, percussioni, stratificazione timbrica e montaggio diventano elementi strutturali.
La ripetizione non è necessariamente povertà: può essere ipnosi. La densità non è necessariamente disordine: può essere spazio stratificato. L’assenza di uno sviluppo armonico tradizionale non equivale all’assenza di forma: la forma può nascere dal groove, dal montaggio e dalla trasformazione dell’energia.
Forse il problema non è sempre il disco. A volte è l’orecchio con cui lo ascoltiamo.
I Pink Floyd davanti a Hans Keller
Un episodio particolarmente significativo avvenne il 14 maggio 1967, quando i Pink Floyd di Syd Barrett apparvero nel programma della BBC The Look of the Week . Il gruppo eseguì Pow R. Toc H. e Astronomy Domine , poco prima della pubblicazione di The Piper at the Gates of Dawn .
Il musicologo e critico Hans Keller presentò la loro musica con evidente perplessità: la considerava troppo ripetitiva e chiese a Roger Waters perché dovesse essere «così terribilmente rumorosa». Waters rispose che non era necessario che lo fosse, ma che ai Pink Floyd piaceva così. Keller obiettò che l’abitudine a un simile volume avrebbe potuto rendere più difficile apprezzare sonorità delicate. Syd Barrett intervenne ricordando che nella loro musica esistevano anche parti tranquille e che il volume dipendeva dai grandi locali nei quali il pubblico ballava. Più che una vera lite, fu un confronto teso e illuminante fra due differenti culture dell’ascolto.
Keller, cresciuto musicalmente con il quartetto d’archi, cercava articolazione e varietà secondo criteri formati da un’altra tradizione. I Pink Floyd stavano invece costruendo la musica attraverso volume, ripetizione, improvvisazione, distorsione e occupazione dello spazio.
Ciò che per Keller rischiava di essere monotonia, per il gruppo era immersione. Ciò che sembrava rumore era anche materia sonora. Ciò che appariva eccessivamente amplificato stava diventando una nuova maniera di organizzare lo spazio musicale.
Quando il rock cambiò il centro dell’ascolto
Qualcosa di simile accadde con altri protagonisti del rock.
La novità dei Led Zeppelin non risiedeva soltanto nelle composizioni, ma nel peso del suono: la batteria diventava un centro fisico e la produzione trasformava quattro strumenti in un’architettura.
Hendrix ridefiniva invece la chitarra come sorgente timbrica e spaziale. Feedback, distorsione e rumore non erano più incidenti da eliminare, ma materiali musicali.
I Black Sabbath portarono in primo piano il rallentamento, la massa dei riff, l’oscurità timbrica e la pressione fisica della ripetizione.
Ascoltate con una strategia prevalentemente melodica, queste musiche potevano sembrare semplici o derivate. Ascoltate attraverso il timbro, lo spazio e l’energia, stavano creando mondi nuovi.
Ascoltare anche ciò che non ci piace
Per allenare l’ascolto non basta frequentare soltanto la musica che amiamo.
La musica che ci piace conferma le strategie che sappiamo già usare. Quella che non ci piace può invece mostrarci il confine delle nostre abitudini. Ci obbliga a domandarci se la stiamo davvero comprendendo o se stiamo cercando al suo interno qualcosa che non costituisce il suo centro.
Questo non significa costringersi ad amare tutto. Il gusto rimane libero e una preferenza autentica non deve essere corretta. Ma prima di respingere un’opera possiamo chiederci:
Non mi piace davvero, oppure non riesco ancora a sentire ciò che la organizza?
Ascoltare consapevolmente una musica estranea significa provare a cambiare strategia. Davanti a un brano ripetitivo possiamo cercare le microvariazioni; davanti a una musica rumorosa, la materia e la profondità del suono; davanti a un’opera apparentemente immobile, le trasformazioni della densità; davanti a una forma sconosciuta, il modo in cui cambia l’energia.
Non è necessario ascoltare a lungo. Bastano pochi minuti, ripetuti nel tempo e guidati ogni volta da una sola domanda.
La musica difficile, lontana o inizialmente sgradevole non è necessariamente migliore di quella che amiamo. È però spesso più allenante, perché ci costringe a uscire dalle nostre risposte automatiche.
Ogni ascolto lascia una traccia
Dopo Bach sentiamo diversamente le linee. Dopo James Brown, il ritmo. Dopo Debussy, gli accordi. Dopo Hendrix, il rumore. Dopo i Led Zeppelin, il peso del suono. Dopo Reich, la ripetizione. Dopo Mahler, il tempo. Dopo il Miles Davis elettrico, l’incontro fra groove, timbro e montaggio.
Non tutti gli ascolti ci cambiano con la stessa intensità. Alcuni passano quasi senza lasciare traccia; altri aggiungono una sfumatura; altri ancora aprono un continente.
Per questo ascoltare non significa soltanto scegliere come occupare il proprio tempo. Significa scegliere, almeno in parte, il tipo di ascoltatore che diventeremo.
La domanda più importante non è quindi soltanto:
Che cosa mi piace ascoltare?
Ma anche:
Quale strategia mi sta chiedendo questa musica?
Che cosa non riesco ancora a sentire?
Che tipo di ascoltatore sto diventando attraverso ciò che ascolto?
Perché non ascoltiamo soltanto con l’orecchio che possediamo.
Ascoltiamo con l’orecchio che la musica ha costruito in noi.
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