Sì, anche il blues può sostenere un allenamento completo, ma la selezione deve compensare la forte centralità del ciclo armonico e del fraseggio. Il percorso seguente procede da pulsazione e linea melodica verso interazione, timbro e forma complessiva.
Blues: pro e contro
È possibile realizzare un training completo dell’ascolto usando soltanto il blues? Sì, ma bisogna attraversarne territori differenti. Se ci si limita alle forme più elementari e riconoscibili, il blues può sembrare una musica fondata quasi esclusivamente sulla ripetizione di uno schema, sull’espressività della voce e sull’assolo.
Una scelta accurata rivela invece un mondo molto più ampio: pulsazione flessibile, fraseggio, dialogo fra le parti, densità strumentale, ricerca timbrica e costruzione della forma. Il blues può quindi allenare tutte e cinque le strategie dell’ascolto, anche se non con la stessa immediatezza.
1. John Lee Hooker, It Serve You Right to Suffer
Strategia principale: pulsivo-ciclica.
Il punto di partenza è il carattere ipnotico del groove. La pulsazione nasce dall’intreccio fra voce, chitarra, basso, batteria e ripetizione delle figure. Il ciclo non funziona come una griglia rigida: può dilatarsi, contrarsi e cambiare intensità seguendo il gesto dell’interprete.
Questo disco insegna che ripetere non significa restare immobili. Le figure ritornano, ma ogni ritorno contiene variazioni di accento, durata, intensità e attacco.
Esercizio: tenere una pulsazione regolare con il piede e osservare quando la chitarra, la voce o l’intero gruppo sembrano anticiparla, ritardarla oppure sospenderla. L’obiettivo è distinguere il tempo misurato dal tempo vissuto.
2. B.B. King, Live at the Regal
Strategia principale: lineare-orizzontale.
Qui l’ascolto si concentra sulla costruzione della frase. La voce e la chitarra si alternano, si rispondono e prolungano lo stesso discorso musicale. Ogni nota acquista significato per la posizione che occupa, per la durata e soprattutto per la pausa che la circonda.
La linea non è soltanto una successione di suoni. È un gesto formato da attese, inflessioni, accelerazioni, ripetizioni e conclusioni provvisorie.
Esercizio: seguire prima soltanto la voce e poi soltanto la chitarra. Al terzo ascolto bisogna percepirle come due manifestazioni di un’unica linea espressiva, riconoscendo domande, risposte e completamenti.
3. Muddy Waters, Fathers and Sons
Strategia principale: simultaneo-verticale.
Il terzo passaggio porta dall’individuo al gruppo. Il blues elettrico permette di ascoltare contemporaneamente voce, chitarre, armonica, pianoforte, basso e batteria. Ogni parte può avere una propria autonomia, pur partecipando allo stesso ciclo.
La verticalità del blues non dipende necessariamente dalla complessità degli accordi. Nasce anche dalla sovrapposizione di registri, riff, controcanti, risposte strumentali e differenti qualità d’attacco.
Esercizio: scegliere un brano e seguirne ogni volta una componente diversa: basso, batteria, pianoforte, armonica e chitarra. Nell’ultimo ascolto bisogna mantenere presenti più parti contemporaneamente, senza perdere la voce principale.
4. Howlin’ Wolf, Moanin’ in the Moonlight
Strategia principale: timbrico-spaziale.
In questo disco il suono non è un semplice veicolo della melodia. La voce, l’armonica, le chitarre elettriche e la sezione ritmica possiedono una consistenza fisica: possono sembrare ruvide, sature, taglienti, cavernose o compresse.
L’ascolto deve spostarsi dall’identificazione delle note alla percezione della materia sonora. Contano la distanza apparente, il peso, la grana e il rapporto fra primo piano e sfondo.
Esercizio: ascoltare senza cercare subito accordi o melodie. Per ogni suono chiedersi se appare vicino o lontano, largo o concentrato, luminoso o scuro, liscio o ruvido. Bisogna anche osservare come cambia lo spazio quando entra la voce.
5. Taj Mahal, The Real Thing
Strategia principale: formale-energetica e integrazione.
Il punto di arrivo amplia il blues senza perderne il centro. Le durate più estese, la varietà strumentale, il carattere dal vivo e l’apertura verso altre tradizioni permettono di seguire trasformazioni che superano la semplice ripetizione dello schema.
Qui il ciclo diventa il fondamento di una forma più grande. L’energia può accumularsi, diminuire, cambiare direzione e trasferirsi da uno strumento all’altro. Pulsazione, frase, stratificazione e timbro partecipano alla costruzione dell’arco complessivo.
Esercizio: dividere ogni brano in sezioni energetiche, come esposizione, crescita, distensione, rilancio, culmine e conclusione. L’obiettivo è capire non soltanto che cosa ritorna, ma come ogni ritorno modifica la forma.
La progressione
- John Lee Hooker, It Serve You Right to Suffer: pulsazione flessibile e potere del ciclo.
- B.B. King, Live at the Regal: fraseggio, pausa e continuità della linea.
- Muddy Waters, Fathers and Sons: interazione e stratificazione dell’ensemble.
- Howlin’ Wolf, Moanin’ in the Moonlight: materia timbrica e spazio sonoro.
- Taj Mahal, The Real Thing: sviluppo energetico e integrazione delle strategie.
La traiettoria può essere riassunta così:
ciclo → frase → dialogo → materia → forma
I pro
- Il blues rende immediatamente percepibile il rapporto fra pulsazione, gesto e corpo.
- La ripetizione permette di riconoscere variazioni minime che in altri repertori possono sfuggire.
- Il dialogo fra voce e strumento sviluppa una forte sensibilità per la frase e la pausa.
- L’interazione dell’ensemble insegna ad ascoltare simultaneamente parti autonome.
- La centralità del suono educa a percepire inflessioni, attacchi, saturazioni e differenze di grana.
- La continuità stilistica rende il percorso coerente e facilmente memorizzabile.
- L’intensità espressiva facilita un ascolto basato sul piacere, sul coinvolgimento e sulla partecipazione.
I contro
- La familiarità degli schemi può produrre l’impressione che tutti i brani funzionino nello stesso modo.
- La pulsazione e il ciclo possono attirare l’attenzione più della trasformazione formale.
- L’espressività della voce o del solista può nascondere il lavoro delle parti secondarie.
- La verticalità armonica è spesso meno varia ed evidente rispetto ad altri repertori.
- Le forme brevi possono rendere meno immediato l’allenamento sulle architetture di lunga durata.
- Un percorso limitato a un solo stile di blues svilupperebbe alcune strategie molto più delle altre.
Un limite particolarmente istruttivo
Il blues oppone una resistenza specifica alla strategia formale-energetica. Molti brani si fondano su strutture cicliche e su successioni armoniche facilmente prevedibili. L’ascoltatore può quindi smettere di seguire la forma perché crede di conoscerla già.
Ma è proprio qui che comincia l’allenamento più interessante. La forma non deve essere cercata soltanto negli accordi o nel numero delle battute. Può manifestarsi nella crescita dell’intensità, nella distribuzione degli assoli, nel progressivo ispessimento del suono, nelle variazioni del riff e nel modo in cui il gruppo modifica uno schema apparentemente stabile.
La domanda decisiva non è più soltanto “quale sezione viene dopo?”, ma “che cosa è cambiato dentro ciò che ritorna?”.
Conclusione
Il blues può sostenere un allenamento completo, ma non attraverso una scelta casuale di grandi interpreti. Servono dischi capaci di condurre progressivamente l’ascoltatore dal ciclo alla frase, dalla frase al dialogo, dal dialogo alla materia sonora e infine alla forma.
Rispetto a un training aperto alla classica, al jazz, al rock e all’elettronica, il percorso blues offre una minore varietà di strutture armoniche e architetture formali. In compenso, raggiunge una profondità eccezionale nella percezione del tempo flessibile, della microvariazione, dell’inflessione e dell’interazione.
Il suo insegnamento più prezioso consiste nel dimostrare che la complessità non dipende soltanto dalla quantità di elementi. Può nascere anche da una piccola variazione introdotta nel momento giusto, da una pausa, da un attacco o dalla trasformazione di una figura già ascoltata.
Il risultato non è imparare ad amare tutto il blues. È usare il blues per scoprire quante cose possono accadere dentro una forma che ritorna.
La scelta iniziale di John Lee Hooker è particolarmente adatta perché il suo stile è documentato come un boogie flessibile, non sempre vincolato alla regolarità delle dodici battute, con misure e tempi modificati secondo il gesto dell’esecuzione. 1
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