Ho notato empiricamente che ascoltare brani a caso di Philip Glass e BB King mi attiva molto e non selettivamente. Ho provato con le tracce di Freak out che sono frasali (secondo livello) e con brani techno minimal che sono locali (primo livello).
Le attribuzioni dei livelli di percezione e del perché BB King è al terzo livello sono mie, perché l’AI non può capire una cosa così umana come il tipo di ascolto.
Le attribuzioni PLVT (che sono decisamente descrittive) e il testo sono di Claude.
La combo 1-3 e 2-3 funziona meglio di 1-2 e 2-3.
L’esempio perfetto è la combo Led Zeppelin - Mozart che ex-ante sarebbe perfetta, ma in pratica è molto disorientante.
I Led Zeppelin sono un ibrido fra minimalismo e blues, Mozart (che i musicologi mi perdonino) un ibrido fra prog rock e classica. Nel senso che offre molti appigli anche per essere ascoltato a livello di frase.
Ma la combo Led Zeppelin - Mozart mi sembra meno utile praticamente della bombo Philip Glass - BB King per fare da “motorino di avviamento “.
Non serve davvero ascoltare i dischi che Claude ha scelto, fate ascolto libero sui due autori.
Philip Glass e B.B. King – una routine completa
Mettiamo uno accanto all’altro due musicisti che sembrano non avere niente da dirsi. Il primo ripete una cellula di poche note per minuti interi. Il secondo suona pochissime note e le lascia respirare. Uno non si ferma mai, l’altro si ferma di continuo. Eppure, per allenare i tre livelli della percezione, formano una coppia quasi perfetta. Proviamo a capire perché.
Il modello, in poche righe
I tre livelli sono tre scale di “parola musicale” con cui l’ascoltatore si sintonizza: circa 5 secondi il primo, 9-10 il secondo, 18-20 il terzo. Sono ipotesi di lavoro, non misure. Sono ortogonali alle strategie P-L-V-T: non dicono che cosa si segue, ma a quale scala lo si organizza. Ai fini dei livelli, poi, ciclo e drone sono la stessa cosa: un terreno stabile che tiene insieme il terzo livello.
Philip Glass: primo e terzo livello, secondo assente
I livelli nativi di Glass sono due. Il primo è la cellula, poche note che tornano. Il terzo è il ciclo o la fase, cioè il tempo che la cellula impiega per trasformarsi in qualcosa di percepibile.
Il livello che manca è il secondo: la frase come frase, quella che domanda e quella che risponde. Nelle cellule di Glass nessuno risponde a nessuno. Per questo chi ascolta per frasi, che è l’abitudine più comoda, sente “non succede niente”. È un errore di strategia: si sta cercando una frase dove il lavoro è fatto di cellule e di cicli.
Nei processi additivi la differenza è minima ma decisiva. Una nota in più compare nella cellula e la si sente al primo livello, ma significa qualcosa solo al terzo, quando il ciclo cambia peso.
B.B. King: secondo e terzo livello
Il secondo livello di King è evidente: la frase. Un lick, una riga di voce, un silenzio che fa parte della frase. Domanda e risposta fra voce e chitarra.
Il terzo è meno ovvio, perché l’armonia del blues è semplice e verrebbe da pensare che non ci sia niente da collegare. Qui entra l’ipotesi: nelle versioni con una walking bass line connessa, il basso cammina senza interruzioni attraverso i cambi e lega le frasi fra loro. L’unità di 18-20 secondi diventa un unico gesto continuo. È questo che avvicina il blues di King all’hard bop, più di quanto i suoi tre accordi lascino pensare.
Attenzione ai limiti: è un’ipotesi da verificare ascoltando, e vale soprattutto per le versioni con il basso che cammina, non per ogni blues lento di King. Distinguiamo l’osservazione (il basso cammina) dall’ipotesi (il basso crea il terzo livello).
Perché la coppia funziona
Immaginiamo tre routine possibili. La prima abbina un autore 1-2 a uno 2-3. Il secondo livello è presente in entrambi, e l’attenzione, che è economica, si stabilisce dove è più facile stare. Il secondo livello è il più naturale, perché è quello della frase cantata. Il risultato è che la routine rinforza proprio ciò che l’ascoltatore sa già fare.
La seconda abbina un autore 1-3 a uno 2-3, cioè Glass e King. Qui il livello comune è il terzo, che fa da ancora. I livelli 1 e 2 non compaiono mai insieme, quindi non c’è un punto intermedio in cui sistemarsi. Passando da Glass a King bisogna lasciare la cellula e riprendere la frase, e viceversa. L’esercizio non è una salita, ma uno spostamento laterale: allena la flessibilità.
Anche questa è un’ipotesi, e ha un criterio di smentita. Se dopo qualche settimana di routine ascoltando Glass si sente la frase per abitudine, vuol dire che la routine non ha funzionato.
Che cosa coprono su P-L-V-T
I livelli e le strategie non si deducono l’uno dall’altro, quindi guardiamo i due assi separatamente. In King sono centrali L e T: la linea, fatta di frasi brevi e silenzi, e il timbro-gesto, cioè il vibrato e l’attacco. P lo sostiene (lo shuffle, il giro di dodici battute) ma non è ciò che si segue. V è marginale: il giro I-IV-V è una cornice.
In Glass sono centrali P e V: il ciclo e la stratificazione additiva dei piani, con i cambi di accordo che diventano eventi. T è a metà, con il suono stabile dell’Ensemble. L è la più debole: le linee sono frammenti arpeggiati, e la melodia è un risultato delle cellule più che qualcosa da seguire.
Insieme coprono tutti e quattro gli assi, ma divisi in modo netto: King porta L e T, Glass porta P e V. Nessuno dei due, da solo, copre P-L-V-T.
La routine
Regole: un solo compito per ascolto. Nessuna punizione: se un passaggio annoia, si interrompe, perché il piacere resta il fine. Questo non è un lavoro full body, né Glass né King sono ascoltatori completi: è un esercizio di flessibilità sulla scala temporale.
- Ingresso: il terreno stabile. L’apertura di Koyaanisqatsi (Glass, 1982), con il canto basso su un pedale. Compito: non seguire altro che il pedale e notare quando, ogni circa venti secondi, qualcosa cambia sopra o sotto di esso. È il terzo livello nella forma più nuda.
- Livelli 1 e 3: la cellula e il ciclo. Una parte di Music in Twelve Parts (Glass), per esempio la prima. Compito: seguire la cellula e accorgersi di quando cambia. Poi allargare l’attenzione al ciclo che la contiene. Non raggruppare in frasi: è proprio il gesto da evitare.
- Livelli 2 e 3: la frase e il basso che cammina. B.B. King, Live at the Regal (1965), per esempio “Every Day I Have the Blues”. Primo ascolto: solo il basso, attraverso un intero giro. Secondo ascolto: far rientrare voce e chitarra e notare se le frasi smettono di essere isolate. Se nella tua edizione il basso si sente poco, cambia brano.
- Alternanza. Tre o quattro minuti di Glass, subito tre o quattro di King, senza pausa, per tre volte. Compito: a ogni cambio, notare che cosa smetti di sentire.
- Esame: il trasferimento. Freddie Freeloader (Miles Davis, Kind of Blue, 1959), un blues che nessuno dei due ha scritto. Senza istruzioni, provare a riconoscere il basso come terzo livello e le frasi dei solisti come secondo. Se riesce, la capacità è passata a un’opera nuova.
Gli errori da evitare
Dire che Glass annoia perché manca la frase: è un errore di strategia, non un difetto dell’opera. Dire che King è semplice perché l’armonia è semplice: la semplicità armonica non è povertà percettiva. E rifugiarsi nel secondo livello, che è sempre il più comodo: è il rischio che la coppia 1-3 e 2-3 serve proprio a tenere lontano.
Una domanda per chiudere
Ascolta tre minuti di Glass e poi, senza pause, tre minuti di King. Nel passare dall’uno all’altro, quale livello ti manca di più?
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