La fusion dopo la fusion
Appendice contemporanea a “La fusion”
Circa cento dischi dal 2000 al 2026: jazz elettrico, beat, progressive, elettronica e nuove geografie
Non è una classifica e non pretende di stabilire i circa cento “migliori” album del periodo. È una mappa critica. Alcuni titoli appartengono al nucleo più riconoscibile della fusion; altri ne estendono il territorio; altri ancora ne misurano deliberatamente il confine. Le zone controverse sono indispensabili, perché mostrano dove la categoria continua a spiegare qualcosa e dove rischia invece di diventare un sinonimo vago di musica ibrida.
La selezione raccoglie circa cento dischi scelti per importanza storica, forza artistica e capacità di rendere udibile una trasformazione del linguaggio. Il numero non è un vincolo aritmetico, ma una misura editoriale: abbastanza ampia da rappresentare continuità, deviazioni e scene differenti senza trasformare la guida in un catalogo indiscriminato.
La continuità con il passato, nel frattempo, non si interrompe. Allan Holdsworth, John McLaughlin, Chick Corea, Pat Metheny e altri protagonisti storici rimangono attivi; musicisti più giovani non li sostituiscono, ma ricollocano la loro eredità dentro condizioni produttive e culturali differenti. Il risultato non è una successione lineare di scuole. È una rete nella quale una grande suite del Pat Metheny Group, un montaggio di Makaya McCraven, un ciclo armeno di Tigran Hamasyan e un groove londinese di Yussef Kamaal possono appartenere allo stesso racconto senza dover suonare allo stesso modo.
Questo spostamento rende insufficiente la definizione più scolastica del genere, “jazz più rock”. Dopo il 2000 il rock è solo una delle forze in gioco. Contano anche hip-hop, R&B, neo-soul, funk, elettronica da club, ambient, post-rock, progressive metal, pratiche orchestrali e tradizioni ritmiche non occidentali. Chiamare tutto questo fusion ha senso soltanto quando l’incontro produce una trasformazione reciproca: il beat cambia il modo di fraseggiare dei musicisti, l’improvvisazione incrina la regolarità del loop, il timbro elettronico modifica la forma, un ciclo tradizionale costringe l’ensemble a ripensare accento e durata.
La fusion, dunque, non scompare: perde il proprio centro. Non esiste più una formazione capace di rappresentare simbolicamente l’intero campo come Weather Report, Mahavishnu Orchestra o Return to Forever. Al loro posto emerge una costellazione di scene, gruppi e pratiche. Londra mette in comunicazione jazz, grime, broken beat, Afrobeat e club culture. La Scandinavia lavora su elettronica, spazio e grandi crescite. Stati Uniti ed Europa ridefiniscono il rapporto fra ensemble e produzione. Armenia, India, Pakistan, Brasile e mondo arabo entrano nella musica non come repertori ornamentali, ma attraverso concezioni autonome del ciclo, della modalità, del timbro e della forma.
All’inizio del XXI secolo la fusion sembra trovarsi in una posizione paradossale. Il suo repertorio storico è ormai canonizzato, i nomi dei fondatori appartengono alla storia del jazz e del rock, ma la parola stessa appare consumata: per alcuni indica un virtuosismo levigato e autoreferenziale, per altri una stagione chiusa fra gli anni Settanta e Ottanta. Intanto, proprio ciò che aveva reso possibile quella stagione continua a trasformarsi. L’improvvisazione incontra il beatmaking; il trio acustico assimila la logica del sequencer; il progressive e il metal assorbono armonie, metri e procedure del jazz; lo studio di registrazione non si limita a documentare l’ensemble, ma ne ricompone il tempo.
1. La tesi: un genere senza centro
Negli anni Settanta la fusion poteva ancora essere raccontata attraverso pochi laboratori centrali, una rete relativamente riconoscibile di musicisti e alcune innovazioni tecnologiche condivise. Nel nuovo secolo questa unità non esiste più. Sopravvive però un principio: la musica nasce quando strumenti, ritmi e procedure provenienti da tradizioni differenti cessano di comportarsi come citazioni e formano un nuovo sistema di relazioni.
Per questo la fusion contemporanea non coincide necessariamente con chitarra distorta, sintetizzatore e assolo veloce. Può essere quasi interamente acustica, come accade in alcuni trii che interiorizzano il funzionamento del loop; può dipendere dal montaggio, come nei lavori in cui una sessione improvvisata viene riscritta in studio; può assumere la forma di una canzone, di una suite orchestrale, di un beat tape o di un grande dispositivo collettivo. L’elettricità rimane importante, ma non è più il solo segno della modernità.
Il passaggio decisivo riguarda il rapporto fra esecuzione e produzione. Nella fusion storica lo studio aveva già svolto un ruolo essenziale, da Miles Davis in avanti. Dopo il 2000, tuttavia, generazioni cresciute con hip-hop, software audio e musica elettronica pensano il montaggio, il campionamento e il processing come parti normali della composizione. Un batterista può articolare fisicamente un beat che sembra programmato; un produttore può ricavare una forma nuova da improvvisazioni reali; un ensemble può suonare come una macchina senza rinunciare al microtiming umano.
Cambia anche la geografia. Parlare di “influenze orientali”, “colori africani” o “atmosfere latine” non basta più e spesso nasconde ciò che davvero avviene. Nei dischi migliori entrano sistemi diversi di organizzare il tempo, la melodia e la partecipazione collettiva. Il punto non è aggiungere un timbro esotico a una base jazz-rock, ma accettare che la struttura stessa venga rimessa in discussione.
La parola fusion resta quindi utile a una condizione: deve descrivere un processo, non una superficie. È pertinente quando permette di capire perché un gruppo suona in un certo modo, come viene costruito il tempo e quale rapporto si stabilisce fra improvvisazione, scrittura e studio. Diventa inutile quando viene applicata indistintamente a qualunque jazz elettrico, a qualunque rock complesso o a qualunque musica che mescoli generi.
2. Criteri di inclusione
Nucleo indica gli album nei quali la fusione determina chiaramente la grammatica. Estensione segnala opere che ampliano il campo verso territori adiacenti. Confine designa dischi la cui appartenenza è discutibile, ma storicamente illuminante. Documento è riservato a una raccolta che fotografa una scena più che una singola poetica.
3. 2000-2009: continuità, progressive ed elettronica
Il primo decennio non è un intervallo fra una fusion morta e una successiva rinascita. I maestri storici continuano a pubblicare, mentre una nuova generazione sposta il baricentro verso elettronica, progressive, hip-hop strumentale, post-rock e forme elettroacustiche. La continuità convive con una mutazione ormai irreversibile.
1. Allan Holdsworth – The Sixteen Men of Tain (2000)
Rinnova il lessico della chitarra fusion senza ridurlo a esibizione tecnica: armonia mobile, fraseggio obliquo e pulsazione elastica restano inseparabili.
Da seguire: la continuità delle linee della chitarra mentre basso e batteria spostano gli appoggi.
2. Nils Petter Molvær – Solid Ether (2000)
Trasforma la fusion in ambiente prodotto: tromba, campionamento e ritmo elettronico non vengono sovrapposti, ma pensati come un unico spazio compositivo.
Da seguire: le code della tromba e il modo in cui il beat emerge dalla profondità del mix.
3. Jaga Jazzist – A Livingroom Hush (2001)
Porta la scrittura per largo organico dentro una logica fatta di loop, montaggi e mutazioni timbriche, anticipando una parte decisiva del jazz elettronico europeo.
Da seguire: come i pattern passano fra fiati, tastiere e batteria senza perdere identità.
4. Yesterday's New Quintet – Angles Without Edges (2001)
Tratta il jazz come memoria campionabile e il beat come forma, rendendo incerta la distinzione fra ensemble, montaggio e identità fittizia del gruppo.
Da seguire: le imperfezioni del ciclo e le variazioni che impediscono al loop di diventare statico.
5. Nguyên Lê – Purple: Celebrating Jimi Hendrix (2002)
Rilegge Hendrix senza restaurarlo: il materiale rock viene attraversato da improvvisazione jazzistica, ritmi non occidentali e una concezione espansa della chitarra.
Da seguire: come i temi riconoscibili vengono deformati senza perdere la direzione della frase.
6. Pat Metheny Group – Speaking of Now (2002)
Conserva il respiro melodico del gruppo collocandolo in un ensemble più mobile, dove voci, percussioni e tastiere ampliano il campo senza spezzarne la coerenza.
Da seguire: il ritorno dei motivi e la loro funzione nel tenere insieme sezioni molto diverse.
7. Hiromi – Another Mind (2003)
Introduce una voce immediatamente riconoscibile, nella quale tecnica pianistica, energia rock e sviluppo formale procedono come aspetti dello stesso gesto.
Da seguire: come i motivi brevi generano accelerazioni, deviazioni e nuove sezioni.
8. The RH Factor – Hard Groove (2003)
Mostra che groove urbano, scrittura per fiati, canzone e improvvisazione possono condividere la stessa architettura senza gerarchie prestabilite.
Da seguire: la relazione fra batteria, basso e accenti dei fiati dentro lo stesso groove.
9. Jing Chi – 3D (2004)
Robben Ford, Jimmy Haslip e Vinnie Colaiuta costruiscono una fusion organica, capace di usare il blues come materiale elastico anziché come semplice ritorno alle origini.
La forza del disco non sta nell’invenzione di un nuovo sottogenere, ma nel livello dell’interazione: ogni deviazione solistica conserva il peso del groove e ogni variazione ritmica modifica la direzione della frase.
Da seguire: la qualità del microtiming fra basso e batteria e il modo in cui la chitarra passa dal canto bluesistico alla frase fusion.
10. Shibusashirazu Orchestra – Shibuboshi (2004)
Espande la fusion verso la massa sonora e il teatro collettivo: scrittura, caos controllato e groove convivono senza una separazione stabile.
Da seguire: la disposizione dei piani sonori quando l’ensemble passa dalla densità al vuoto.
11. Buckethead – Population Override (2004)
Riduce l’enfasi metallica del chitarrismo tecnico e costruisce un paesaggio più fluido, fondato su groove, ripetizione e improvvisazione melodica.
Da seguire: il modo in cui la chitarra prolunga o contraddice il disegno ciclico della sezione ritmica.
12. Hiromi – Spiral (2005)
Dimostra che la fusion non dipende necessariamente dall’elettricità: la logica del disco sta nell’incastro ritmico, nella velocità di trasformazione e nella pressione del trio.
Da seguire: le variazioni interne agli ostinati e il modo in cui aprono spazi all’improvvisazione.
13. Jaga Jazzist – What We Must (2005)
Porta il gruppo verso suite ampie, crescendo e superfici elettroniche, facendo della produzione una componente della forma anziché un rivestimento.
Da seguire: l’accumulo progressivo di strati e il momento in cui il timbro modifica la direzione formale.
14. Kneebody – Kneebody (2005)
Definisce un modello di ensemble contemporaneo: segnali interni, forme mobili e groove compressi permettono alla composizione di mutare durante l’esecuzione.
Da seguire: come le funzioni passano fra fiati, tastiere e ritmica senza un solista permanente.
15. Pat Metheny Group – The Way Up (2005)
È una delle grandi dimostrazioni contemporanee di forma fusion estesa: cellule, transizioni e ritorni costruiscono un arco unitario di lunga durata.
Da seguire: la trasformazione dei motivi iniziali e il loro riapparire in funzioni differenti.
16. Shining – In the Kingdom of Kitsch You Will Be a Monster (2005)
Spinge il jazz-rock in un territorio abrasivo, dove il suono dell’ensemble e la violenza dei contrasti contano quanto l’improvvisazione.
Da seguire: i cambi di densità e la precisione con cui gli strati restano distinguibili.
17. e.s.t. – Tuesday Wonderland (2006)
Il trio usa effetti e amplificazione per intensificare una drammaturgia già inscritta nella scrittura, senza trasformare l’elettronica in decorazione.
Da seguire: la crescita energetica dei brani e il ruolo dei bassi ostinati nel sostenerla.
18. Guthrie Govan – Erotic Cakes (2006)
Aggiorna la chitarra fusion con una padronanza stilistica ampia, ma i momenti migliori nascono dall’integrazione fra frase, accento e carattere dei brani.
Da seguire: l’articolazione delle frasi e il rapporto fra inflessione, registro e accompagnamento.
19. One Shot – Ewaz Vader (2006)
Recupera la forza ipnotica dello zeuhl e la combina con scrittura jazz-rock, facendo del ciclo il motore di trasformazioni molto dense.
Da seguire: ciò che resta invariato nel ciclo mentre armonia e intensità cambiano.
20. Alex Machacek – Improvision (2007)
Machacek riprende la lezione armonica e lineare di Holdsworth senza trasformarla in imitazione, inserendola in un ambiente più frammentato, ironico e ritmicamente spigoloso.
Il titolo chiarisce il progetto: improvvisazione e composizione non occupano zone separate. I brani sembrano generarsi da decisioni istantanee, ma conservano una regia precisa di contrasti, pause e deformazioni.
Da seguire: la continuità della linea chitarristica mentre armonia e accenti cambiano sotto di essa.
21. Hiromi's Sonicbloom – Time Control (2007)
Fa del tempo un materiale esplicito: metri, accenti e sovrapposizioni vengono percepiti non come esercizio, ma come energia narrativa.
Da seguire: gli spostamenti d’accento e il modo in cui chitarra e pianoforte condividono la linea.
22. Kneebody – Low Electrical Worker (2007)
Approfondisce il linguaggio del gruppo con maggiore concisione, facendo convivere cellule scritte, groove irregolari e improvvisazione senza cuciture evidenti.
Da seguire: gli incastri interni e il momento in cui una parte di sfondo assume il primo piano.
23. Omar Rodríguez-López – The Apocalypse Inside of an Orange (2007)
Fa collidere psichedelia, ritmi latini e jam elettrica in una musica meno rifinita ma ricca di rischio e trasformazione.
Da seguire: la direzione delle jam e i segnali con cui il gruppo passa da accumulo a rilascio.
24. Shibusashirazu Orchestra – Shibuki (2007)
Conferma una via giapponese alla grande fusion collettiva, nella quale spettacolo, rumore, riff e libertà improvvisativa restano interdipendenti.
Da seguire: il rapporto fra massa orchestrale e dettagli interni nei passaggi più affollati.
25. Shining – Grindstone (2007)
Porta la fusione oltre la riconoscibilità del jazz-rock, usando collisione stilistica, montaggio e saturazione come principi formali.
Da seguire: le brusche cesure e il modo in cui l’energia ricostruisce un arco nonostante la frammentazione.
26. e.s.t. – Leucocyte (2008)
Porta il trio verso una forma più frammentata e materica, nella quale rumore, riverbero e silenzio partecipano alla costruzione dell’arco.
Da seguire: il decadimento dei suoni e la funzione strutturale degli spazi fra gli eventi.
27. Various Artists – Miles from India (2008)
Rilegge il repertorio elettrico davisiano come incontro fra sistemi ritmici e modali, non come semplice omaggio timbrico.
Da seguire: la coesistenza fra ciclo ritmico, linea modale e organizzazione dell’ensemble.
4. 2010-2019: la dispersione creativa
Negli anni Dieci il campo si disperde creativamente. Il jazz elettrico incontra beatmaking, culture urbane, progressive metal, grandi ensemble e sistemi ritmici non occidentali. La scena londinese acquista centralità, ma non esaurisce un panorama nel quale Stati Uniti, Europa e Asia producono modelli differenti.
28. Elephant9 – Walk the Nile (2010)
Rianima il trio organo-basso-batteria con un’urgenza rock e una libertà improvvisativa che fanno del groove un campo di forze.
Da seguire: le variazioni del pattern e la risposta dell’organo alle spinte della batteria.
29. John McLaughlin & the 4th Dimension – To the One (2010)
Ricollega il linguaggio di McLaughlin alla sua matrice modale e spirituale attraverso una band agile, meno monumentale e ritmicamente aggiornata.
Da seguire: la tensione fra frase solistica e accenti mobili della sezione ritmica.
30. Pat Metheny – Orchestrion (2010)
Interroga il confine fra solista, macchina ed ensemble: l’automazione diventa una modalità di orchestrazione e non un effetto spettacolare isolato.
Da seguire: la collocazione spaziale delle sorgenti e la formazione graduale degli strati.
31. Hiromi – Voice (2011)
Sfrutta basso e batteria per rendere il pianoforte parte di un organismo ritmico, alternando impatto, lirismo e sviluppo tematico.
Da seguire: come una frase breve viene passata, compressa o ampliata dai tre strumenti.
32. Vijay Iyer with Prasanna and Nitin Mitta – Tirtha (2011)
Costruisce un incontro paritario fra improvvisazione jazzistica e sistemi ritmici indiani, evitando sia l’esotismo sia la dimostrazione accademica.
Da seguire: il ciclo ritmico come riferimento comune per linee provenienti da tradizioni diverse.
33. BADBADNOTGOOD – BBNG2 (2012)
Mostra una generazione che arriva all’ensemble jazz attraverso campioni, produzioni hip-hop e repertori non canonici, modificando attacco e senso del tempo.
Da seguire: il modo in cui la batteria traduce il beat elettronico in microvariazione acustica.
34. Hiromi – Move (2012)
Concentra la scrittura sul movimento: riff, ostinati e cambi metrici diventano una trama leggibile anziché un catalogo di difficoltà.
Da seguire: la stabilità del ciclo sotto gli spostamenti d’accento e i cambi di registro.
35. Chick Corea – The Vigil (2013)
Riafferma la vitalità della scrittura elettrica di Corea con una band giovane, capace di collegare memoria di Return to Forever e ritmo contemporaneo.
Da seguire: il dialogo fra tastiere, basso e batteria nei passaggi di maggiore densità.
36. Dave Holland – Prism (2013)
Costruisce una fusion adulta e priva di nostalgia, dove la chitarra di Kevin Eubanks si inserisce in forme aperte sostenute dal basso di Holland.
Da seguire: la redistribuzione di primo piano e sfondo durante gli assoli.
37. Pat Metheny – Tap: Book of Angels, Volume 20 (2013)
Incontra la scrittura di John Zorn senza rinunciare alla propria identità, trasformando temi brevi in paesaggi complessi e mobili.
Da seguire: la metamorfosi timbrica dei temi e il loro ritorno in configurazioni diverse.
38. Tigran Hamasyan – Shadow Theater (2013)
Integra canto, tastiere, rock progressivo e ritmi armeni in un teatro sonoro nel quale nessun elemento funziona da semplice colore.
Da seguire: la relazione fra cellule vocali, ostinati e improvvise espansioni formali.
39. Flying Lotus – You're Dead! (2014)
Comprime jazz elettrico, beatmaking e psichedelia in una forma rapidissima, dove il montaggio non documenta l’esecuzione ma la ricompone.
Da seguire: la velocità delle transizioni e i frammenti che riappaiono come memoria.
40. GoGo Penguin – v2.0 (2014)
Trasferisce nel trio acustico logiche di sequencer, loop e musica da club, facendo percepire l’elettronica anche quando non è in primo piano.
Da seguire: la precisione del ciclo e le piccole irregolarità che lo mantengono vivo.
41. Hiromi – Alive (2014)
Dà al trio un respiro più ampio, organizzando la spettacolarità strumentale dentro sviluppi lunghi e chiaramente orientati.
Da seguire: la crescita energetica e i ritorni motivici che rendono necessarie le sezioni.
42. Snarky Puppy – We Like It Here (2014)
Rende popolare un nuovo modello di fusion collettiva, fondato su composizioni accessibili, grande precisione ritmica e partecipazione visibile del pubblico.
Da seguire: la gerarchia mutevole fra groove, riff di fiati e interventi solistici.
43. Daedelus & Kneebody – Kneedelus (2015)
Fa interagire processing e ensemble in tempo reale, mettendo realmente in crisi la distinzione fra suono suonato e suono prodotto.
Da seguire: come l’elettronica taglia, replica o prolunga gli attacchi strumentali.
44. Jaga Jazzist – Starfire (2015)
Riduce la frammentazione degli esordi e costruisce grandi archi sintetici, nei quali ripetizione, orchestrazione e crescendo coincidono.
Da seguire: la lenta trasformazione del colore e il suo effetto sulla percezione della forma.
45. Marius Neset – Pinball (2015)
Unisce virtuosismo sassofonistico e scrittura per ensemble in forme che alternano incastro, lirismo e improvvise aperture.
Da seguire: la separazione delle parti interne nei passaggi più densi.
46. Snarky Puppy & Metropole Orkest – Sylva (2015)
Integra il linguaggio groove del gruppo con l’orchestra, evitando che quest’ultima sia un semplice sfondo decorativo.
Da seguire: l’accumulo degli strati e il passaggio di funzioni fra band e orchestra.
47. Tigran Hamasyan – Mockroot (2015)
È uno dei manifesti della fusion contemporanea: ritmo armeno, metal, improvvisazione e pianismo diventano una lingua indivisibile.
Da seguire: il riferimento ciclico nascosto sotto sincopi, riff e bruschi cambi di superficie.
48. Bruno Pernadas – Those Who Throw Objects at the Crocodiles Will Be Asked to Retrieve Them (2016)
Allarga il campo verso pop orchestrale e psichedelia, mostrando quanto il vocabolario fusion possa agire anche senza il consueto virtuosismo solistico.
Da seguire: i cambi di scena e la continuità timbrica che li collega.
49. Esperanza Spalding – Emily's D+Evolution (2016)
Riapre il rapporto fra fusion e canzone attraverso personaggio, voce, basso e scrittura rock, senza rinunciare alla complessità ritmica.
Da seguire: il basso come linea autonoma e come forza che ridefinisce l’armonia.
50. Sarathy Korwar – Day to Day (2016)
Tratta voci, percussioni e produzione come parti di una ricerca diasporica, più ampia del tradizionale incontro fra jazz e musica indiana.
Da seguire: la stratificazione dei cicli e il modo in cui la voce entra nello spazio ritmico.
51. Yussef Kamaal – Black Focus (2016)
Rende inseparabili improvvisazione, cultura dei club e articolazione ritmica dell’ensemble: il beat è la forma del dialogo.
Da seguire: il ciclo ritmico e l’elasticità con cui gli accenti si spostano al suo interno.
52. Christian Scott aTunde Adjuah – The Emancipation Procrastination (2017)
Integra bassi profondi, sensibilità trap e improvvisazione in un progetto che rifiuta la separazione fra jazz acustico e paesaggio urbano.
Da seguire: il peso delle basse frequenze e la distanza fra gli elementi del mix.
53. Kneebody – Anti-Hero (2017)
Rafforza il lato più diretto del gruppo senza perdere la mobilità delle parti e la capacità di trasformare la composizione dall’interno.
Da seguire: i passaggi istantanei fra accompagnamento, controcanto e primo piano.
54. Mark Guiliana Jazz Quartet – Jersey (2017)
Trasferisce nel quartetto una concezione del ritmo maturata fra elettronica e beat, senza sacrificare elasticità e ascolto reciproco.
Da seguire: le suddivisioni interne della pulsazione e il modo in cui orientano le frasi.
55. Louis Cole – Time (2018)
Usa velocità, ironia e precisione per fondere canzone, funk sintetico e competenza jazzistica in forme brevissime.
Da seguire: la densità degli arrangiamenti e il modo in cui ogni strato conserva una funzione.
56. Makaya McCraven – Universal Beings (2018)
Fa della postproduzione una seconda composizione: sessioni improvvisate vengono tagliate e ricomposte senza perdere la presenza dei musicisti.
Da seguire: il punto in cui un gesto spontaneo diventa loop e cambia funzione.
57. Sons of Kemet – Your Queen Is a Reptile (2018)
Costruisce una musica fisica e politica nella quale doppia batteria, tuba e sax ridefiniscono l’idea stessa di sezione ritmica.
Da seguire: la sovrapposizione dei pattern delle due batterie e il ruolo della tuba.
58. Various Artists – We Out Here (2018)
Più che un album unitario, documenta un ecosistema nel quale broken beat, Afrobeat, spiritual jazz e club culture condividono musicisti e pubblico.
Da seguire: le differenze fra i gruppi e il comune trattamento corporeo del ritmo.
59. Alfa Mist – Structuralism (2019)
Porta nel corpus una forma di fusione meno esibita, nella quale Rhodes, archi, groove e voce parlata condividono una stessa atmosfera narrativa.
La sua importanza è anche generazionale: l’hip-hop non viene “aggiunto” al jazz, ma costituisce il modo in cui il tempo, lo spazio e la memoria musicale sono già stati interiorizzati.
Da seguire: come il pianoforte elettrico collega armonia, beat e linee degli archi senza imporsi come protagonista assoluto.
60. Christian Scott aTunde Adjuah – Ancestral Recall (2019)
Concepisce la fusione come memoria diasporica, collegando stratificazione ritmica, voce e suono prodotto a una narrazione storica.
Da seguire: la compresenza di pattern differenti e la loro collocazione nello spazio sonoro.
61. Ezra Collective – You Can't Steal My Joy (2019)
Mostra il lato comunitario della nuova fusion londinese, con groove leggibili, repertori aperti e improvvisazione mai separata dalla danza.
Da seguire: la base ciclica e il modo in cui fiati e tastiere la rendono elastica.
62. Hiromi – Spectrum (2019)
Trasferisce nel piano solo contrasti, riff, energia ritmica e teatralità normalmente affidati a una band elettrica.
Da seguire: la gestione dei registri e il modo in cui una sola pianista crea piani simultanei.
63. Kneebody – Chapters (2019)
Accoglie la voce senza abbandonare le forme mobili del gruppo, mostrando come la canzone possa entrare in una logica fusion non illustrativa.
Da seguire: la posizione della voce rispetto agli strati strumentali e i cambi di funzione dell’ensemble.
64. Mark Guiliana – Beat Music! Beat Music! Beat Music! (2019)
Rende esplicita una concezione nella quale il batterista non accompagna l’elettronica, ma la genera, la distorce e la contraddice in tempo reale.
Da seguire: le microvariazioni del beat e la relazione fra attacco acustico e suono processato.
65. Nérija – Blume (2019)
Offre una versione meno elettronica ma ugualmente contemporanea della scena londinese, fondata su arrangiamento, timbri misti e voci strumentali autonome.
Da seguire: la distribuzione delle linee e la costruzione di profondità fra i fiati.
66. Snarky Puppy – Immigrance (2019)
Rende più scuro e compatto il suono del gruppo, facendo emergere influenze geografiche diverse attraverso il ritmo e non attraverso citazioni superficiali.
Da seguire: la relazione fra basso, percussioni e riff nei brani più stratificati.
67. Thank You Scientist – Terraformer (2019)
Rappresenta il confine più rock della nuova fusion, con fiati, metri irregolari e forme lunghe inseriti in una grammatica progressive vocale.
Da seguire: i ritorni tematici e il modo in cui stabilizzano la proliferazione delle sezioni.
68. The Comet Is Coming – Trust in the Lifeforce of the Deep Mystery (2019)
Converte il trio in una macchina propulsiva dove riff di sax, sintetizzatori e batteria uniscono club, psichedelia e invocazione spirituale.
Da seguire: l’accumulo energetico dei brani e il ruolo del timbro nel produrre il climax.
69. Yazz Ahmed – Polyhymnia (2019)
Usa il grande ensemble per una scrittura politica e timbricamente ricca, nella quale modi arabi e jazz contemporaneo si trasformano reciprocamente.
Da seguire: la profondità dell’orchestrazione e il percorso delle linee attraverso le sezioni.
5. 2020-2026: la fusion come rete
Negli anni Venti la fusion funziona sempre più come una rete. Musicisti, produttori e scene attraversano categorie un tempo separate. L’album può nascere da una sessione, da un montaggio, da una band elettrica, da un trio acustico pensato come sequencer o da un incontro interculturale. I dischi del 2026 non chiudono il racconto: ne registrano lo stato più recente, ancora mobile e non consolidato.
70. Sven Wunder – Wabi Sabi (2020)
Lavora sul confine fra composizione cinematica, groove, psichedelia e jazz-rock, mostrando una via alla fusion che rinuncia quasi del tutto al protagonismo dell’assolo.
È un disco di studio nel senso più forte: arrangiamento, scelta dei colori e brevità delle forme producono un mondo coerente. La sua inclusione serve a misurare quanto lontano possa spingersi la categoria senza dissolversi.
Da seguire: le stratificazioni di flauti, tastiere, archi e ritmo e il modo in cui costruiscono profondità in forme molto concise.
71. EABS – Discipline of Sun Ra (2020)
Assume Sun Ra come principio di libertà progettuale, collegando beat, spiritual jazz ed elettronica a un’identità locale.
Da seguire: la tensione fra ciclo ritmico e apertura improvvisativa.
72. GoGo Penguin – GoGo Penguin (2020)
Consolida una scrittura in cui piano, basso e batteria funzionano come elementi di una sequenza elettronica, pur conservando respiro acustico.
Da seguire: l’incastro degli attacchi e le deviazioni che spezzano la regolarità apparente.
73. Jaga Jazzist – Pyramid (2020)
Concentra la lunga esperienza del gruppo in quattro architetture ampie, costruite per lenta mutazione di pattern e colori.
Da seguire: il momento in cui una variazione timbrica diventa svolta formale.
74. Jahari Massamba Unit – Pardon My French (2020)
L’incontro fra Karriem Riggins e Madlib riduce la distanza fra sessione jazz e beat tape, mantenendo viva l’irregolarità dell’esecuzione.
Da seguire: gli scarti minimi del tempo e la diversa grana dei livelli ritmici.
75. Jeff Parker – Suite for Max Brown (2020)
Tratta la chitarra come una sorgente fra molte, integrando loop, registrazioni domestiche e improvvisazione in una forma di memoria sonora.
Da seguire: la provenienza dei suoni e il modo in cui il montaggio cambia la loro funzione.
76. Jeremy Cunningham – The Weather Up There (2020)
Organizza voci, campioni e ensemble come frammenti di memoria, facendo della produzione il mezzo con cui un’esperienza privata diventa forma condivisa.
Da seguire: i passaggi fra documento parlato e musica e il loro peso nell’arco complessivo.
77. Lionel Loueke – HH (2020)
Rilegge Hancock attraverso una chitarra che incorpora voce, percussione e armonia, trasformando il repertorio dall’interno.
Da seguire: la simultaneità fra linea, basso implicito e componente percussiva.
78. Moses Boyd – Dark Matter (2020)
Fa della batteria il punto d’incontro fra improvvisazione, bass music e produzione urbana, senza subordinare il gruppo alla griglia elettronica.
Da seguire: le basse frequenze, il microtiming e il rapporto fra pulsazione esplicita e implicita.
79. Nels Cline – Share the Wealth (2020)
Riunisce chitarra elettrica, tastiere e percussionismo in forme aperte che recuperano l’avventura della fusion senza imitarne la superficie storica.
Da seguire: la trasformazione collettiva del materiale e i segnali che orientano le transizioni.
80. Pat Metheny – From This Place (2020)
Riafferma la possibilità di una fusion narrativa e orchestrale, legando temi ampi, improvvisazione e riflessione sul presente.
Da seguire: la continuità melodica attraverso i cambi di scala e di densità orchestrale.
81. Plini – Impulse Voices (2020)
Mostra il versante più levigato del confine prog-fusion, dove produzione, chitarre stratificate e armonia espansa prevalgono sull’improvvisazione.
Da seguire: la disposizione delle chitarre e la costruzione di profondità nel mix.
82. The Heliocentrics – Infinity of Now (2020)
Costruisce una fusion psichedelica meno virtuosistica e più materica, fondata su ripetizione, texture analogiche e trance collettiva.
Da seguire: le variazioni minime del ciclo e l’effetto cumulativo dei cambi timbrici.
83. Tigran Hamasyan – The Call Within (2020)
Spinge la propria sintesi verso maggiore compattezza e pressione sonora, facendo coesistere riff estremi, canto e complessità ciclica.
Da seguire: il ciclo di base sotto le deformazioni elettroniche e i cambi di accento.
84. Tom Misch & Yussef Dayes – What Kinda Music (2020)
Avvicina forma-canzone, sensibilità neo-soul e improvvisazione attraverso una batteria che modifica continuamente il peso del beat.
Da seguire: il dialogo fra articolazione della chitarra e spostamenti interni della batteria.
85. BADBADNOTGOOD – Talk Memory (2021)
Allontana il gruppo dal formato beat-oriented degli esordi e lo porta verso suite, archi e paesaggi psichedelici senza perdere la memoria hip-hop.
Da seguire: i ritorni motivici e la profondità creata dagli arrangiamenti d’archi.
86. Embryo – Auf Auf (2021)
Dimostra la continuità di una fusion itinerante e collettiva, nella quale tradizioni arabe, africane ed europee restano pratiche vive.
Da seguire: il modo in cui i pattern circolano fra percussioni, fiati e strumenti elettrici.
87. Jaubi – Nafs at Peace (2021)
Realizza un incontro profondo fra musicisti pakistani ed europei, nel quale ciclo, modalità e ricerca spirituale guidano realmente l’ensemble.
Da seguire: la permanenza del riferimento ritmico mentre le linee modali si espandono.
88. John Zorn – Chaos Magick (2021)
Condensa metal, fusion e scrittura zorniana in forme brevi e ad alta densità, utili per misurare il limite estremo del campo.
Da seguire: le cesure e la ricomparsa dei materiali dopo ogni collisione.
89. Sons of Kemet – Black to the Future (2021)
Allarga la formula del gruppo con voci e produzione, mantenendo il ritmo come luogo di conflitto, memoria e affermazione collettiva.
Da seguire: la sovrapposizione fra parola, fiati e doppia batteria nei passaggi più densi.
90. DOMi & JD Beck – NOT TiGHT (2022)
Trasforma il virtuosismo in linguaggio ipercompresso: armonia fusion, beat digitale e ironia generazionale convivono senza gerarchie stabili.
Da seguire: le suddivisioni rapidissime e il modo in cui il duo conserva un centro metrico.
91. Makaya McCraven – In These Times (2022)
Porta a compimento un lungo lavoro su registrazione e montaggio, integrando archi, arpa e metri composti in una forma continua.
Da seguire: la ricorrenza delle cellule metriche e la loro funzione nell’arco complessivo.
92. Snarky Puppy – Empire Central (2022)
Raccoglie molte anime del gruppo in un progetto ampio, registrato come evento collettivo e radicato nella tradizione musicale di Dallas.
Da seguire: la differenza fra groove simili e le specifiche gerarchie interne di ogni brano.
93. EABS & Jaubi – In Search of a Better Tomorrow (2023)
Costruisce un dialogo credibile fra due gruppi già dotati di identità forte, facendo interagire spiritual jazz, ritmo e tradizione hindustana.
Da seguire: la negoziazione fra ciclo, armonia e decorazione modale.
94. Hiromi's Sonicwonder – Sonicwonderland (2023)
Riapre la fase elettrica di Hiromi con una band che privilegia elasticità, colore sintetico e immediatezza del groove.
Da seguire: il modo in cui sintetizzatore e basso condividono o si scambiano il centro ritmico.
95. KNOWER – KNOWER FOREVER (2023)
Porta all’estremo la sintesi di Louis Cole e Genevieve Artadi, usando arrangiamenti densissimi e precisione da studio senza perdere energia performativa.
Da seguire: la separazione delle parti interne negli impasti più saturi.
96. London Brew – London Brew (2023)
Usa Bitches Brew come impulso e non come copione, affidando a una nuova generazione londinese improvvisazione, elettronica e forma aperta.
Da seguire: la formazione spontanea dei piani e la loro dissoluzione senza un tema stabilizzante.
97. Mohini Dey – Mohini Dey (2023)
Mette il basso al centro di un linguaggio che unisce fusion indiana, rock progressivo e virtuosismo, con forte identità ritmica.
Da seguire: il basso come linea guida e come elemento che ridefinisce gli accenti del gruppo.
98. Yussef Dayes – Black Classical Music (2023)
Presenta una visione ampia del batterista-compositore, collegando groove, canzone, improvvisazione e memoria della musica nera britannica.
Da seguire: le variazioni della batteria che cambiano carattere al brano senza interromperne il flusso.
99. Hermeto Pascoal & Grupo – Pra você, Ilza (2024)
Conferma la vitalità di una concezione brasiliana della fusion, nella quale scrittura, gioco timbrico e ritmo trasformano continuamente il materiale.
Da seguire: come una cellula passa fra strumenti e cambia funzione senza perdere riconoscibilità.
100. Jaubi – A Sound Heart (2024)
Prosegue la ricerca del gruppo con maggiore sintesi, mantenendo il ciclo e la modalità come forze costruttive anziché segni di appartenenza geografica.
Da seguire: il respiro delle linee sopra la stabilità relativa del ciclo.
101. Kamasi Washington – Fearless Movement (2024)
Rende più esplicito il rapporto fra grande ensemble, danza, funk e spiritualità, spostando il baricentro dall’epica contemplativa al movimento.
Da seguire: la relazione fra ostinati, massa dei fiati e slancio delle linee solistiche.
102. Nala Sinephro – Endlessness (2024)
Colloca la fusion sul confine dell’ambient, facendo di arpa, sintetizzatori e ensemble un sistema continuo di trasformazione e risonanza.
Da seguire: la durata dei decadimenti e la lenta modifica della profondità sonora.
103. Nubya Garcia – Odyssey (2024)
Amplia il linguaggio della sassofonista attraverso voci, orchestra e produzione, collocando l’improvvisazione in un arco narrativo più vasto.
Da seguire: il percorso del sax fra primo piano, coro e sfondo orchestrale.
104. Hiromi's Sonicwonder – Out There (2025)
Consolida la nuova band elettrica con scrittura più concentrata e un equilibrio efficace fra temi, groove e aperture solistiche.
Da seguire: le trasformazioni del groove quando ciascun membro assume il primo piano.
105. Tigran Hamasyan – Manifeste (2026)
Prosegue la ricerca di Hamasyan in una forma più dichiarativa e frastagliata: pianismo, canto, folk armeno, pressione metal ed elettronica non si alternano, ma concorrono alla stessa drammaturgia.
Da seguire: il modo in cui i cicli metrici restano percepibili anche quando il suono si ispessisce o si spezza.
106. Pat Metheny – Side-Eye III+ (2026)
Metheny ripensa il progetto Side-Eye oltre il trio, ampliandolo con voci, arpa, percussioni e altri colori senza perdere la centralità della linea e dell’interazione ritmica. È continuità storica che non si limita a custodire il proprio stile.
Da seguire: la trasformazione dei temi quando il trio viene assorbito da un paesaggio orchestrale più ampio.
107. Jeff Parker & ETA IVtet – Happy Today (2026)
Parker continua a rendere poroso il confine fra band, loop e produzione. La chitarra non domina: agisce come una voce interna a un organismo collettivo che lavora su ripetizione, sottrazione e memoria.
Da seguire: le minime variazioni del ciclo e il passaggio quasi impercettibile fra gesto improvvisato e figura strutturale.
108. Knats – A Great Day in Newcastle (2026)
Il gruppo lega energia jazz-rock, fiati e narrazione di luogo senza trasformare la componente urbana in una semplice cornice. L’album mostra come una nuova scena possa essere raccontata dall’interno attraverso ritmo e suono d’ensemble.
Da seguire: la relazione fra spinta della sezione ritmica, riff dei fiati e interventi parlati.
109. Mohini Dey – The Dey Way (2026)
Dey consolida una voce nella quale il basso è insieme motore, linea e regia dell’ensemble. La tecnica rimane in primo piano, ma acquista senso nella precisione degli incastri e nella varietà delle funzioni ritmiche.
Da seguire: come il basso cambia ruolo passando da fondamento del groove a controcanto e voce solistica.
110. Squarepusher – Kammerkonzert (2026)
Porta il linguaggio fusion sul confine fra concerto cameristico, programmazione e performance elettronica. La complessità non è un ornamento, ma il mezzo con cui strumenti reali e logiche digitali vengono costretti a condividere la forma.
Da seguire: la conversione di pattern elettronici in densità, registri e relazioni acustiche.
111. FATHERS – FATHERS (2026)
L’incontro fra Nate Smith, Kiefer, CARRTOONS e Kenny Beats assume il beat come terreno comune fra improvvisazione, produzione e scrittura concisa. L’identità del disco nasce dalla negoziazione fra tocco umano e forma prodotta.
Da seguire: il microtiming della batteria e il modo in cui basso e tastiere rendono elastica la griglia.
112. DOMi & JD BECK – WHO ASKED? (2026)
Il duo amplia la propria grammatica: la velocità resta un tratto riconoscibile, ma viene assorbita da forme più mobili, aperture cameristiche e una maggiore presenza della voce.
Da seguire: come le suddivisioni rapidissime vengono ricondotte a frasi, ritornelli e contrasti di densità.
113. corto.alto – SOME SMALL FORTUNE (2026)
Il progetto scozzese allarga la propria idea di ensemble, facendo convivere groove, produzione, fiati e ambizione formale. La fusione non dipende dal solismo, ma dalla circolazione dei materiali fra sezioni differenti.
Da seguire: la distribuzione dei riff e il modo in cui l’accumulo degli strati produce le svolte formali.
114. Ezra Collective – Here Because of Hope (2026)
Il gruppo conferma una fusion fondata sulla partecipazione: groove, fiati, canzone e memoria afro-diasporica vengono organizzati per restare accessibili senza diventare semplificati.
Da seguire: la elasticità del ciclo e il passaggio fra danza, canto e improvvisazione collettiva.
6. Percorsi d’ascolto
I circa cento dischi non richiedono una lettura lineare. I percorsi seguenti isolano alcuni fili storici e permettono di attraversare decenni e scene differenti.
7. Strategie percettive
Le attribuzioni non costituiscono un profilo binario completo P-L-V-T-F. Indicano soltanto una strategia dominante e una strategia di appoggio, secondo il lessico canonico del progetto.
“Dominante: Pulsivo-ciclica · Appoggio: Simultaneo-verticale” significa che il ciclo offre l’ingresso più produttivo e che l’organizzazione simultanea delle parti ne completa la comprensione. Non significa che le altre strategie siano assenti e non descrive il profilo dell’ascoltatore.
8. Fonti e criteri editoriali
- Album of the Year, ricognizione jazz fusion 2026
- Rate Your Music, classifica jazz fusion 2026
- Pat Metheny, pagina ufficiale di Side-Eye III+
Questa è una selezione editoriale, non una classifica ricavata automaticamente da voti o aggregatori. Titoli, anni e crediti sono stati controllati attraverso cataloghi discografici, pagine degli artisti e principali database musicali. Le categorie “Nucleo”, “Estensione”, “Confine” e “Documento”, così come le attribuzioni percettive, appartengono all’impianto critico dell’articolo.
Intervallo considerato: 1 gennaio 2000–16 ottobre 2026. Per il 2026 la selezione è necessariamente provvisoria: include soltanto album già pubblicati entro la data di revisione. Gli anni indicano la prima pubblicazione pertinente all’album; quando le edizioni nazionali differiscono, si privilegia l’anno originario. Le formule percettive descrivono una via d’ingresso all’ascolto, non un profilo binario completo dell’opera.
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