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Silvia Colasanti

Silvia Colasanti: il teatro segreto del suono

Materia, voce, memoria. Ritratto di una compositrice che ha riportato la tensione drammatica al centro della musica italiana contemporanea, con un ascolto approfondito dei tre dischi monografici: In-Canto, Requiem. Stringeranno nei pugni una cometa e String Quartets.

Una musica che entra in scena

Nella musica di Silvia Colasanti il dramma comincia prima del racconto. Un timbro si addensa, una linea affiora dal silenzio, una massa orchestrale prende posizione. Il suono non commenta un’idea già formata: la fa accadere. È in questa capacità di trasformare la materia acustica in presenza che si riconosce una delle voci più autorevoli della composizione italiana contemporanea.

La sua scrittura può essere aspra, stratificata, tecnicamente esigente, ma non esibisce mai la complessità come un distintivo. Ogni scelta tende verso una necessità espressiva. Anche quando non esistono scena, libretto o personaggi, la musica conserva un istinto teatrale: contrappone forze, prepara apparizioni, misura distanze, apre fratture. Poi conduce l’ascoltatore verso un punto dal quale ciò che è già avvenuto acquista un significato nuovo.

Per questo la voce, la poesia e il mito occupano un posto così importante nel suo catalogo. E per lo stesso motivo anche le opere puramente strumentali sembrano abitate da presenze. Un quartetto d’archi, nelle sue mani, non è il territorio neutro della musica assoluta, ma un palcoscenico ridotto all’essenziale: quattro corpi sonori avanzano, resistono, si urtano, si cercano. La forma nasce dalle conseguenze di questi incontri.

Biografia: una formazione italiana, uno sguardo europeo

Silvia Colasanti nasce a Roma l’8 marzo 1975. Studia composizione al Conservatorio di Santa Cecilia con Luciano Pelosi e Gian Paolo Chiti, quindi prosegue il proprio perfezionamento all’Accademia Musicale Chigiana e all’Accademia Nazionale di Santa Cecilia. Nel suo percorso incontra maestri molto diversi fra loro, tra i quali Fabio Vacchi, Wolfgang Rihm, Pascal Dusapin e Azio Corghi. Nel 2006 riceve la borsa di studio intitolata a Goffredo Petrassi, assegnata dalla Presidenza della Repubblica al migliore diplomato in composizione dell’Accademia.

Da questa genealogia non nasce una musica di scuola. Colasanti assimila il rigore costruttivo, l’attenzione europea alla materia sonora e una tradizione italiana nella quale la vocalità non coincide soltanto con il canto. Il suo linguaggio si definisce anche nel confronto con interpreti di primo piano, fra cui Salvatore Accardo, Massimo Quarta, David Geringas, Yuri Bashmet e Nathalie Dessay, e con direttori quali Vladimir Jurowski, Roberto Abbado e Maxime Pascal. La collaborazione con gli esecutori è parte del lavoro compositivo: il peso dell’arco, il respiro, la resistenza fisica dello strumento e la qualità concreta del gesto entrano nella sostanza della partitura.

Nel 2013 ottiene lo European Composer Award; nel 2017 viene nominata Ufficiale della Repubblica; nel 2021 riceve il Franco Buitoni Award. Dal 2022 insegna Composizione al Conservatorio di Santa Cecilia. Per il triennio 2025-2027 assume la direzione artistica del Festival della Valle d’Itria e dell’Accademia del Belcanto “Rodolfo Celletti”. È il riconoscimento di una presenza ormai centrale nelle istituzioni musicali italiane, ma il profilo pubblico non deve oscurare il carattere più profondo della sua ricerca.

Il catalogo attraversa musica orchestrale e da camera, melologo, oratorio e teatro musicale. Titoli come Orfeo. Flebile queritur lyra, Faust. Tragedia soggettiva in musica, La Metamorfosi, Tre Risvegli, Minotauro, Proserpine, Heroides, Oltre l’azzurro e Anna A. rivelano una fedeltà non tanto al repertorio del mito e della letteratura, quanto alla loro capacità di parlare al presente. Nel 2025 Anna A., su libretto di Paolo Nori e intorno alla figura di Anna Achmatova, giunge al Teatro alla Scala. Più che una svolta improvvisa, è il coronamento di una lunga riflessione sulla parola, sulla memoria e sulla responsabilità della voce.

La poetica: materia, lirismo, drammaturgia

Tre coordinate aiutano a entrare nella musica di Colasanti. La prima è la materia. Il suono possiede peso, superficie e temperatura; gli impasti orchestrali non fanno da sfondo, ma agiscono. La seconda è il lirismo, mai usato come riparo ornamentale. Una linea cantabile emerge spesso sotto pressione, come se dovesse conquistare il proprio spazio contro ciò che la circonda. La terza è la drammaturgia: ogni gesto produce una conseguenza, ogni contrasto prepara una trasformazione, ogni ritorno porta con sé la memoria di quanto è accaduto.

La letteratura entra in questa musica perché offre forme del conflitto, non semplici soggetti. Ovidio, Pessoa, Kafka, Dürrenmatt, Mary Shelley, Patrizia Cavalli, Mariangela Gualtieri e Anna Achmatova appartengono a mondi lontani, ma sollevano domande capaci di attraversare l’intero catalogo: come muta un’identità? Che cosa sopravvive a una perdita? Quando la memoria diventa destino? La partitura non traduce queste domande in un codice sonoro. Le trasforma in esperienza del tempo.

Il tratto distintivo di Silvia Colasanti non è una formula armonica o un effetto ricorrente. È il modo in cui il suono diventa presenza e la forma si assume la responsabilità del ricordo.

I tre dischi: un’autobiografia indiretta

Tre album monografici sono pochi se confrontati con l’ampiezza del catalogo. Proprio per questo hanno un valore speciale. In-Canto presenta la pluralità della scrittura strumentale; Requiem. Stringeranno nei pugni una cometa concentra voce collettiva, trauma e rito; String Quartets riconduce il teatro all’intimità di quattro archi. Ascoltati in successione, non documentano soltanto tre momenti diversi: compongono un’autobiografia indiretta, nella quale mutano gli organici ma rimane riconoscibile la stessa idea di musica.

1. In-Canto

Dynamic, 2011
Il canto di Atropo; La rosa que no canto; Chaos: Commento a Haydn; To Muddy Death

Il primo disco monografico è già una dichiarazione di poetica. Il titolo suggerisce un doppio movimento: entrare nel canto e, nello stesso tempo, subirne l’incanto. Non è un’antologia introduttiva nel senso più accomodante del termine. Le quattro composizioni cambiano organico, proporzioni e prospettiva, ma ruotano intorno a una domanda comune: come può una voce emergere dalla materia, anche quando nessuno canta?

Il canto di Atropo, scritto per Massimo Quarta e dedicato alla memoria di Valentino Di Bella, affida al violino il confronto con la Parca che recide il filo della vita. Il solista non sovrasta l’orchestra come un eroe romantico. Vi è immerso, la attraversa e ne viene trasformato. Ricordo della vita e pensiero della morte procedono insieme; la linea violinistica diventa resistenza, lamento e, infine, accettazione di una forma che si compie.

In La rosa que no canto, affidata al Quartetto di Cremona con la voce recitante di Carlo Pestelli, una poesia di Jorge Luis Borges apre uno spazio di desiderio e lontananza. Inquietudine, lirismo e violenza non sono episodi decorativi, ma differenti distanze dall’oggetto irraggiungibile evocato dal testo. Chaos guarda invece all’ouverture della Creazione di Haydn. Il confronto con il passato non avviene sotto il segno della citazione devota: ricordare e dimenticare diventano forze compositive. To Muddy Death completa il percorso portando in primo piano opacità, dissoluzione e mobilità del colore.

La forza di In-Canto consiste nel mostrare una poetica senza irrigidirla in una formula. Orchestra, quartetto, voce recitante, violino ed ensemble sembrano stanze diverse dello stesso edificio. L’ascoltatore deve cambiare continuamente fuoco: seguire una linea, distinguere i piani, percepire la pressione dell’insieme, ricordare come ogni passaggio modifichi il successivo. È il disco più panoramico dei tre e il luogo in cui il “teatro dei suoni” di Colasanti appare già pienamente formato.

Profilo P-L-V-T-F: 01111
Strategia prevalente: formale-energetica
Strategia secondaria: timbrico-spaziale
Difficoltà di ascolto: alta
Livello di integrazione: alta

2. Requiem. Stringeranno nei pugni una cometa

Dynamic, 2018
Registrazione dal vivo del 2017 con Mariangela Gualtieri, Monica Bacelli, Massimiliano Pitocco, Ensemble Vocale Continuum e Orchestra Haydn, diretti da Maxime Pascal.

Se In-Canto mostrava l’ampiezza del vocabolario, il Requiem ne rivela la necessità civile. L’oratorio nasce in memoria delle vittime del terremoto che nel 2016 colpì l’Italia centrale. Colasanti mette in relazione i testi latini della liturgia con le parole di Mariangela Gualtieri, presente nella registrazione come voce recitante. Da una parte il coro, voce della comunità e del rito; dall’altra la parola individuale, che dubita, interroga e cerca un modo per restare umana davanti alla perdita.

L’inizio rende quasi fisico il ricordo delle macerie: pietre che si urtano, voci mormorate, materia sonora prima che il discorso trovi una forma. Da quel punto l’opera costruisce una drammaturgia di contrasti. Requiem aeternam, Dies irae, Quid sum miser, Lacrimosa e Lux aeterna non sono stazioni rituali chiuse. Le parole contemporanee vi entrano come domande, incrinano la sicurezza della formula e restituiscono al lutto il volto irriducibile dell’esperienza.

I timbri solistici svolgono un ruolo decisivo. Il violoncello accompagna Alle piccole e grandi ombre; il bandoneon di Massimiliano Pitocco accoglie la parola in Dunque si può; il mezzosoprano di Monica Bacelli porta nel Quid sum miser un lirismo teso e luminoso. Maxime Pascal conduce l’Orchestra Haydn e l’Ensemble Vocale Continuum lungo un arco che alterna massa e nudità, consonanza e attrito, invocazione pubblica e vulnerabilità privata.

Questo è il centro morale della discografia di Colasanti. Qui il teatro non è spettacolo, ma relazione fra forze e responsabilità della forma. La liturgia custodisce una memoria collettiva; la poesia impedisce che quella memoria diventi automatismo. Il risultato non offre una consolazione pronta. Cerca qualcosa di più difficile: una forma capace di accogliere il dolore senza impadronirsene, di trasformarlo in rito senza cancellarne l’unicità.

Profilo P-L-V-T-F: 01111
Strategia prevalente: formale-energetica
Strategia secondaria: simultaneo-verticale
Difficoltà di ascolto: alta
Livello di integrazione: molto alta

3. String Quartets

Brilliant Classics, 2020
Quartetto Noûs: Due destini; Aria; Di tumulti e d’ombre, Studio per Faust; Tre notti.

Il terzo album riduce l’organico e ingrandisce i dettagli. Con il Quartetto Noûs, la musica di Colasanti rinuncia alla potenza dell’orchestra e alla presenza esplicita della parola, ma non perde nulla della propria teatralità. Ogni arco diventa una voce; ogni frizione, esitazione o convergenza assume il rilievo di un gesto scenico. Il disco mostra con particolare chiarezza che questa poetica non dipende dalla vastità dei mezzi, ma dalla qualità delle relazioni.

Due destini iscrive già nelle indicazioni iniziali, Agitato e Immobile, una tensione fra direzioni incompatibili. Il quartetto è il luogo ideale per sostenerla: quattro individualità cercano un’unità senza cancellare la distanza. Aria non imita il canto. Lavora sull’altro significato della parola: l’aria come respiro, movimento, sostanza invisibile. La musica vibra, si assottiglia e sembra disperdersi, facendo dello spazio una componente della frase.

Di tumulti e d’ombre, dedicato al Quartetto di Cremona e sottotitolato Studio per Faust, trasferisce nella scrittura cameristica l’oscurità e l’instabilità del teatro. Il tumulto non coincide con la semplice concitazione: è una forza che altera la percezione della forma. Tre notti rielabora invece materiali legati a un lavoro su testo di Patrizia Cavalli. Le tre parti tratteggiano risvegli, timori e speranze senza bisogno di personaggi visibili. Il sogno rimane, ma è diventato una condizione dell’ascolto.

Il Quartetto Noûs restituisce questa musica con precisione, calore e tensione. String Quartets è probabilmente la porta d’ingresso più limpida nel laboratorio di Colasanti: la trama consente di seguire le singole linee, mentre la ricchezza delle interazioni mostra come il significato nasca dalla loro compresenza. È un album di dettagli e conseguenze. Un colore diventa direzione; una pausa cambia il peso di ciò che la precede; una consonanza, dopo tanto attrito, non suona come una soluzione ma come una conquista provvisoria.

Profilo P-L-V-T-F: 01111
Strategia prevalente: simultaneo-verticale
Strategia secondaria: timbrico-spaziale
Difficoltà di ascolto: medio-alta
Livello di integrazione: alta

Tre dischi, una sola domanda

In-Canto esplora la poetica in larghezza: attraversa organici diversi e lascia emergere una lingua comune. Il Requiem concentra quella lingua in una grande architettura pubblica, nella quale il dolore individuale incontra il rito. String Quartets la riporta nello spazio ravvicinato della camera, dove ogni rapporto diventa udibile. I tre album formano così un trittico involontario sulla voce: cercata negli strumenti, affidata al coro e alla parola, infine sottratta ma non cancellata.

Nel primo disco prevale la scoperta di una poetica; nel secondo, la sua responsabilità; nel terzo, la sua concentrazione. Non è un’evoluzione lineare nella quale una fase sostituisce la precedente. È un progressivo chiarimento. Colasanti non abbandona il lirismo per la materia, né il teatro per l’astrazione. Mostra che questi elementi sono inseparabili: la materia diventa espressiva quando acquista una direzione, il lirismo diventa credibile quando attraversa una resistenza, il teatro nasce quando un suono cambia il destino di un altro.

Come ascoltare Silvia Colasanti

La strategia più sollecitata è spesso quella formale-energetica. Le opere acquistano senso attraverso traiettorie, soglie, ritorni e trasformazioni di pressione. Ma la forma non può essere separata dal timbro: materia e spazio dicono in quale luogo percettivo ci troviamo. Nei quartetti e nelle pagine orchestrali diventa altrettanto importante la simultaneità, perché linee differenti mantengono la propria autonomia e, nello stesso tempo, contribuiscono a una scena comune.

Per entrare in questa musica conviene evitare due errori opposti. Il primo è attendere una narrazione esplicita anche quando non esiste un testo. Il secondo è trattare i fenomeni sonori come pura superficie. Le partiture chiedono invece di ascoltare il suono come gesto: che cosa avanza, che cosa resiste, quale equilibrio viene alterato, che cosa non può più tornare identico dopo una frattura.

Percorso essenziale: iniziare da Aria e Due destini; passare a Il canto di Atropo e Chaos; affrontare infine il Requiem senza interromperne la traiettoria. È un cammino dall’intimità del dettaglio alla grande forma rituale.

Il posto di Silvia Colasanti

L’importanza di Silvia Colasanti non dipende soltanto dalle istituzioni che hanno commissionato, eseguito o accolto le sue opere. Risiede nella capacità di parlare al presente senza rinunciare alla profondità storica della musica europea. Il passato non è un’autorità da venerare né un materiale da demolire. È una presenza con cui misurarsi: Haydn, il Requiem latino, il mito e la poesia entrano nella composizione per essere interrogati.

La sua musica non cerca l’accessibilità attraverso la semplificazione e non difende la ricerca attraverso l’opacità. Costruisce opere nelle quali il rigore tecnico può diventare esperienza condivisa. Il gesto decisivo è sempre lo stesso: dare al suono abbastanza corpo perché possa sostenere il peso di una memoria, di una domanda, talvolta di una perdita.

Alla fine dei tre dischi resta l’impressione di una voce che non ha bisogno di proclamare la propria originalità. La si riconosce nel modo in cui una linea emerge dall’ombra, una massa corale diventa comunità, quattro archi trasformano un intervallo in destino. È una musica che non accompagna il dramma. Lo fa accadere.

Nota discografica e fonti

La monografia considera i tre album monografici documentati dall’editore e dalle etichette: In-Canto (Dynamic, 2011), Requiem. Stringeranno nei pugni una cometa (Dynamic, 2018) e String Quartets (Brilliant Classics, 2020).

Le attribuzioni P-L-V-T-F sono valutazioni editoriali formulate secondo il metodo Ascolta e pentiti. Non sono giudizi di valore e non provengono dalle fonti discografiche.

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