L'unica regola del metodo

Ascoltare solo quello che piace

La musica disponibile è ormai sterminata. Nessuno di noi riuscirà ad ascoltarne più di una parte minuscola, anche dedicandole ogni giorno molte ore. Non vedo quindi perché dovremmo spendere il nostro tempo con un disco che non ci trasmette nulla, soltanto perché è famoso, difficile o considerato indispensabile.

La mia regola è molto semplice: se entro un minuto non succede niente, cambio.

Non pretendo naturalmente di comprendere un’opera in sessanta secondi. Cerco soltanto un segnale: un ritmo che mi muova, una voce che mi trattenga, un suono insolito, una melodia, una tensione, perfino un fastidio che abbia qualcosa di interessante. Mi basta sentire il desiderio di scoprire che cosa accadrà nel minuto successivo.

Se questo desiderio non arriva, lascio perdere.

Il primo minuto non serve a giudicare la musica. Serve a decidere se vogliamo continuare ad ascoltarla.

Non dobbiamo meritarci i capolavori

Intorno alla musica importante si è formata una strana pedagogia del sacrificio. Alcuni dischi andrebbero affrontati come medicine: forse all’inizio ci annoiano o ci respingono, ma dobbiamo insistere perché, prima o poi, ci faranno bene.

Un album, però, non è un antibiotico. Non è necessario completarne il ciclo.

Possiamo riconoscere il valore storico di un’opera senza desiderare di ascoltarla. Possiamo capire perché abbia cambiato il proprio genere e continuare a non provare alcun piacere. Al contrario, una canzone semplice, popolare o poco stimata dalla critica può aprire immediatamente una relazione profonda.

La reputazione non deve venire prima dell’esperienza. Non dobbiamo amare Beethoven, Miles Davis, i Beatles, Stravinskij o i Pink Floyd per dimostrare di essere ascoltatori preparati. Un capolavoro non è un esame della nostra intelligenza.

Questo non significa formulare sentenze dopo sessanta secondi. Significa riconoscere una cosa molto più modesta: oggi, fra questa musica e me, non è accaduto nulla.

Domani potrebbe andare diversamente.

Una palestra in cui pain e gain funzionano al contrario

Ho spesso definito Ascolta e pentiti una palestra per l’orecchio. Continuo a pensare che la metafora sia utile, ma bisogna chiarire una differenza fondamentale.

Nell’allenamento fisico una certa quantità di fatica può accompagnare il miglioramento. Nell’ascolto musicale, invece, dolore e guadagno tendono a essere inversamente correlati. Più una musica viene vissuta come un obbligo, meno attenzione riusciamo davvero a dedicarle.

Possiamo resistere fino alla fine di un disco e non averlo ascoltato quasi per niente. Durante quella lunga prova di disciplina, la nostra mente potrebbe essere andata altrove. Avremo terminato l’album, ma non avremo costruito alcuna relazione con ciò che abbiamo sentito.

Quando invece qualcosa ci attrae, l’attenzione non deve essere imposta. Rimaniamo perché vogliamo capire meglio. Cominciamo a riconoscere dettagli, ritorni e cambiamenti. Il piacere alimenta l’attenzione e l’attenzione rende il piacere più ricco.

Nella palestra dell’ascolto non vale “no pain, no gain”. Molto spesso vale il contrario: meno pain, più gain.

Una musica difficile può certamente richiedere concentrazione. Ma concentrazione e sofferenza non sono la stessa cosa. Se un ritmo incomprensibile, una forma insolita o un timbro sgradevole accendono la curiosità, la difficoltà diventa una promessa. Non sappiamo ancora che cosa stia accadendo, ma desideriamo scoprirlo.

Quando resta soltanto la sopportazione, invece, è meglio cambiare.

A che cosa servono allora le routine?

Se bisogna seguire il piacere, potrebbe sembrare che le routine proposte in questo blog non abbiano più senso. In realtà il problema non è la routine, ma il modo in cui la utilizziamo.

Una routine non è un percorso a ostacoli e non è una lista di compiti da completare. È molto più simile a una degustazione.

Durante una degustazione vengono presentate piccole quantità di prodotti differenti. Nessuno ci obbliga a finire tutto o a preferire ciò che viene considerato più raffinato. Assaggiamo, confrontiamo e osserviamo la nostra reazione. Scopriamo gradualmente quali sapori già amiamo e quali potrebbero aprire una curiosità nuova.

Le routine musicali dovrebbero funzionare nello stesso modo. Un disco mette in primo piano la pulsazione, un altro la melodia, un altro ancora la sovrapposizione delle parti, il timbro oppure lo sviluppo della forma. Non dobbiamo amarli tutti. Ci vengono offerti perché rappresentano esperienze differenti e aumentano la probabilità che qualcosa ci sorprenda.

Le routine sono vassoi di assaggi, non tour de force.

Una routine di cinque album non impone cinque ascolti completi. Possiamo provare un brano per ciascun disco, ascoltarne il primo minuto e passare oltre quando non accade nulla. Se il terzo album ci coinvolge, possiamo fermarci lì per una settimana, un mese o anche più a lungo.

La routine avrà raggiunto il proprio scopo anche se avremo scelto un solo disco. Non doveva farceli apprezzare tutti: doveva creare occasioni d’incontro.

Gli esercizi vengono dopo il piacere

Anche gli esercizi hanno senso soltanto se intervengono su una musica che ci ha già dato un motivo per restare.

Se un groove ci mette in movimento, possiamo provare a seguire il basso e osservare che cosa cambia a ogni ripetizione. Se ci colpisce una voce, possiamo ascoltarne il respiro, la pronuncia e il modo in cui conduce la frase. Se ci affascina un arrangiamento, possiamo distinguere gli strumenti e capire come condividono lo spazio.

L’esercizio non dovrebbe ordinare: «Concentrati, anche se questa musica non ti interessa». Dovrebbe suggerire: «Questo particolare ti piace: vuoi provare a sentirlo meglio?»

È qui che entrano in gioco le cinque strategie:

  1. Pulsivo-ciclica: che cosa ritorna e perché mi mette in movimento?
  2. Lineare-orizzontale: quale voce o melodia desidero seguire?
  3. Simultaneo-verticale: quali elementi stanno producendo insieme il momento che mi coinvolge?
  4. Timbrico-spaziale: quale suono mi attrae e dove sembra collocarsi?
  5. Formale-energetica: come viene preparato il punto di maggiore intensità?

Non è necessario applicarle tutte. Basta scegliere una domanda, seguirla per qualche minuto e osservare se l’esperienza diventa più ricca. Quando l’esercizio comincia a pesare, possiamo abbandonarlo e tornare all’ascolto libero.

Il metodo deve amplificare il piacere, non sostituirlo.

Il piacere non è sempre comodo

Ascoltare soltanto ciò che piace non significa restare per sempre dentro le proprie abitudini.

Il piacere musicale può assumere forme molto diverse. C’è il piacere immediato di un ritmo, quello di una melodia che vorremmo cantare e quello di una voce che ci commuove. Ma esiste anche il piacere di essere spiazzati, di non capire subito, di incontrare un suono che non avevamo mai immaginato.

Una musica può inquietarci e nello stesso tempo attrarci. Può essere aspra, malinconica o disorientante e farci comunque desiderare di continuare. In questi casi il piacere non coincide con il benessere: è piuttosto un’intensificazione dell’esperienza.

La zona di comfort non si supera per senso del dovere. La si supera perché qualcosa, al di là delle nostre abitudini, ci chiama.

Non bisogna quindi cercare la musica più difficile. Bisogna cercare quella che rende irresistibile il desiderio di ascoltare meglio.

“Non ora” non significa “mai”

Lasciare un disco dopo un minuto non equivale a condannarlo. Il nostro gusto non è immobile e neppure l’istinto lo è.

Ogni musica ascoltata modifica leggermente le nostre capacità. Il jazz può insegnarci a percepire diversamente l’interazione in una rock band. La musica elettronica può renderci più sensibili al timbro di uno strumento acustico. Una sinfonia può farci riconoscere una grande forma dentro un album pop.

Un’opera che oggi ci lascia indifferenti potrebbe quindi coinvolgerci fra un anno. Non dobbiamo però sopportarla adesso in nome di questa possibilità. Possiamo lasciarla andare e permetterle, eventualmente, di tornare.

Interrompere un ascolto significa “non ora”, non necessariamente “mai”.

La regola pratica

Il metodo può essere ridotto a pochi passaggi:

  1. scegli un brano senza informarti troppo;
  2. ascolta per un minuto;
  3. osserva se qualcosa ti attrae;
  4. se non accade nulla, cambia musica;
  5. se qualcosa si accende, continua;
  6. solo dopo, se ne hai voglia, usa una strategia per approfondire ciò che ti ha coinvolto.

Non è necessario formulare subito un giudizio. La domanda non è se il disco meriti un posto nella storia, ma se desideriamo entrare nella sua storia.

Follow the pleasure

Abbiamo poco tempo e una quantità quasi infinita di musica. Possiamo provare molti inizi, abbandonare ciò che non produce nulla e restare quando incontriamo un ritmo, una voce o un suono capace di trattenerci.

Le routine servono a moltiplicare questi incontri. Gli esercizi aiutano a rendere più ricca una relazione già cominciata. Nessuno dei due deve diventare una prova di resistenza.

Routine ed esercizi sono degustazioni, non tour de force: assaggia, osserva la tua reazione, continua se nasce un desiderio e passa oltre se non accade nulla.

Il piacere non è il premio che riceviamo dopo avere imparato ad ascoltare. È la forza che ci permette di prestare attenzione, scoprire nuove relazioni e provare emozioni sempre più varie.

Meno pain, più gain.

Follow the pleasure.

Ascolta e pentiti. Oppure, più semplicemente: ascolta e basta.

Commenti