Il primo ascolto
Benvenuti su Ascolta e pentiti
Ascolta e pentiti non è un blog di recensioni musicali e non è una classifica dei dischi migliori. È una palestra per l’orecchio.
Il metodo nasce nel 2003 da un’idea semplice: la sensibilità musicale non è soltanto un dono, ma una capacità che si può allenare. Non occorre accumulare centinaia di ascolti casuali: è più utile prestare attenzione a poche opere, ciascuna scelta per una funzione precisa.
Per cominciare non servono conoscenze tecniche. Bastano nove minuti e un solo ascolto.
La prima musica da ascoltare
Miles Davis – So What, da Kind of Blue
Kind of Blue fu pubblicato nel 1959 ed è ancora uno degli album jazz più conosciuti. In So What suonano Miles Davis alla tromba, John Coltrane al sax tenore, Cannonball Adderley al sax contralto, Bill Evans al pianoforte, Paul Chambers al contrabbasso e Jimmy Cobb alla batteria.
Non interrompere il brano e non cercare di controllare ogni dettaglio. Segui il percorso della musica dall’inizio alla fine, spostando gradualmente l’attenzione da un elemento all’altro.
Un solo ascolto, cinque strategie
L’introduzione: pianoforte e contrabbasso
Il brano comincia con un dialogo fra il pianoforte di Bill Evans e il contrabbasso di Paul Chambers. Il pianoforte crea un ambiente sospeso; il basso risponde con la figura che darà identità alla composizione.
All’inizio concentrati su ciò che ritorna. Cerca di riconoscere la figura del contrabbasso e il momento nel quale il gruppo entra stabilmente nel tempo.
Che cosa ritorna e come cambia?
Questa è la strategia pulsivo-ciclica. Il ciclo non è una gabbia, ma il terreno comune sul quale i musicisti possono muoversi liberamente.
Il tema: ascolta il gruppo
Quando entrano i fiati, prova a distinguere il tema dal movimento di basso, pianoforte e batteria. Il celebre scambio di So What funziona come una domanda e una risposta: una parte propone, l’altra replica.
Non ascoltare il gruppo come un blocco unico. Nota la profondità del contrabbasso, la leggerezza dei piatti, gli accordi del pianoforte e il modo in cui i fiati occupano il primo piano.
Che cosa sta accadendo nello stesso momento?
Questa è la strategia simultaneo-verticale: separare le parti e poi ricomporle nell’insieme.
Miles Davis: spazio e silenzio
Il primo assolo è quello di Miles Davis. La tromba utilizza frasi brevi, note distanziate e pause molto evidenti. Miles non cerca di riempire tutto lo spazio disponibile: sceglie poche note e lascia che ciascuna acquisti peso.
Segui la sua linea e osserva dove si ferma, dove riparte e quanto tempo lascia trascorrere fra una frase e l’altra.
Dove sta andando questa linea?
Questa è la strategia lineare-orizzontale. Miles mostra che un assolo può costruire una forma attraverso la scelta, la distanza e il silenzio.
John Coltrane: densità e continuità
Dopo Miles entra John Coltrane al sax tenore. Il cambiamento è immediato: il timbro diventa più corposo e le frasi generalmente più fitte e continue.
Miles tendeva a sottrarre; Coltrane tende ad ampliare. Miles separava le idee con il silenzio; Coltrane collega più frequentemente una frase alla successiva, esplorando il campo musicale con maggiore insistenza.
Non cercare di riconoscere tutte le note. Ascolta come la maggiore densità del fraseggio modifichi la percezione del tempo e spinga anche l’accompagnamento verso una diversa intensità.
Cannonball Adderley: luminosità e movimento
Il terzo assolo è affidato a Cannonball Adderley al sax contralto. Il suo suono è più brillante e il fraseggio appare mobile, cantabile e ritmicamente elastico.
A questo punto puoi confrontare tre personalità:
- Miles Davis utilizza spazio, concentrazione e silenzio;
- John Coltrane sviluppa linee più dense e tese;
- Cannonball Adderley introduce luminosità, fluidità e impulso.
Non si tratta di stabilire chi sia il migliore. L’esercizio consiste nel riconoscere tre modi differenti di abitare la stessa struttura.
Quanto può cambiare una musica quando cambia la persona che conduce la linea?
Bill Evans: il pianoforte cambia funzione
Dopo i sassofoni, Bill Evans passa dall’accompagnamento al primo piano. Il pianoforte introduce un’altra forma di continuità: le note decadono naturalmente e vengono collegate attraverso ritmo, armonia, pedale e risonanza.
Questo passaggio mostra che le funzioni del gruppo non sono rigide. Uno strumento può accompagnare, commentare e poi assumere la guida senza interrompere il flusso del brano.
Ascolta la materia del suono
Mentre la musica procede verso il ritorno del tema, presta attenzione ai diversi timbri. La tromba di Miles è raccolta e circondata da molto spazio; il tenore di Coltrane è più corposo; il contralto di Cannonball è più luminoso; il pianoforte di Evans disegna accordi sospesi; il basso dà profondità e i piatti diffondono un movimento continuo.
Di quale materia è fatto ogni suono e dove sembra trovarsi?
Questa è la strategia timbrico-spaziale. Non ascoltare soltanto le note: prova a riconoscere ogni musicista dal modo in cui produce il suono.
Il ritorno del tema: ricostruisci la forma
Quando ritorna il tema iniziale, prova a ricordare il percorso appena compiuto: l’introduzione sospesa, l’entrata del gruppo, l’essenzialità di Miles, la densità di Coltrane, la luminosità di Cannonball e l’intervento di Evans.
Come è cambiata l’energia passando da un musicista all’altro?
Questa è la strategia formale-energetica: costruire nella memoria una mappa della musica mentre la stiamo ascoltando.
La forma di So What nasce dall’alternanza fra tema e improvvisazione, dalle differenze fra i solisti e dal modo in cui il gruppo reagisce a ciascuno di loro.
Che cosa hai appena ascoltato
Durante un solo brano hai incontrato le cinque strategie fondamentali di Ascolta e pentiti:
- Pulsivo-ciclica: che cosa ritorna?
- Lineare-orizzontale: dove va la linea?
- Simultaneo-verticale: che cosa accade nello stesso momento?
- Timbrico-spaziale: com’è fatto il suono?
- Formale-energetica: come cambia la musica nel tempo?
Non è necessario avere percepito tutto con precisione. Questo primo ascolto serve soltanto a scoprire che ascoltare non è un’azione unica: l’attenzione può spostarsi dal ritmo alla linea, dal singolo musicista al gruppo, dal timbro alla forma complessiva.
Le schede non sono il metodo
C’è però una cosa importante da chiarire: per seguire Ascolta e pentiti non è obbligatorio leggere tutte le schede, memorizzare i nomi delle strategie o eseguire scrupolosamente ogni esercizio.
Le schede sono strumenti. Servono a suggerire una direzione quando non sappiamo dove portare l’attenzione. Gli esercizi possono aiutarci a distinguere meglio un ritmo, una linea, un timbro o una forma, ma non devono trasformare l’ascolto in un compito scolastico.
La cosa più importante è ascoltare molta musica diversa: jazz, classica, rock, popular music, elettronica, musiche tradizionali e tutto ciò che non appartiene ancora alle nostre abitudini.
Non bisogna farlo per accumulare titoli o per poter dire di conoscere più dischi. Bisogna osservare che cosa ci accade mentre ascoltiamo: quali musiche ci attirano immediatamente, quali ci respingono, quali cominciano ad aprirsi dopo qualche tempo e quali modificano il nostro modo di ascoltare anche le opere che conoscevamo già.
Il vero esercizio non consiste nel rispondere correttamente alle domande della scheda, ma nel riconoscere come cambiamo entrando in contatto con musiche differenti.
Possiamo leggere una guida e non scoprire nulla; possiamo invece incontrare casualmente un disco lontanissimo dai nostri gusti e accorgerci che ha attivato una capacità che non sapevamo di possedere.
Per questo il blog non offre un programma obbligatorio. Propone mappe, percorsi e occasioni. Ognuno può seguire le schede, modificarne l’ordine, scegliere altri dischi oppure abbandonare gli esercizi e ascoltare liberamente.
Il metodo ha raggiunto il proprio scopo quando non abbiamo più bisogno di pensare continuamente alle cinque strategie, perché abbiamo imparato a spostare spontaneamente l’attenzione e a lasciarci sorprendere da ciò che prima non riuscivamo a sentire.
L’ascolto non segue una linea retta
Ogni ascolto ci modifica, anche quando non ce ne accorgiamo subito. Una musica nuova può insegnarci a riconoscere un ritmo, un timbro o una forma che prima ci sfuggivano. Quando torniamo ai dischi che conoscevamo, non siamo più esattamente gli stessi ascoltatori: possiamo scoprirvi dettagli nuovi, rivalutare ciò che avevamo trascurato oppure sentire meno vicino ciò che un tempo ci sembrava indispensabile.
Anche i gusti cambiano avanti e indietro. Non esiste una progressione lineare che conduca dalla musica semplice a quella complessa, dal pop alla classica o dalle opere accessibili a quelle sperimentali. Possiamo passare da Miles Davis ai Beatles, da Beethoven a James Brown, dai Pink Floyd a una musica tradizionale e poi tornare al punto di partenza con un orecchio differente.
Un disco che oggi ci appare difficile potrebbe diventare naturale fra qualche mese. Un’opera che amavamo potrebbe sembrarci improvvisamente prevedibile e, dopo altro tempo, rivelare qualità che avevamo dimenticato. Non sono necessariamente avanzamenti o regressioni: sono movimenti dell’attenzione e della sensibilità.
La formazione dell’ascoltatore non è una scala da salire, ma un mondo aperto da esplorare.
Non ci sono livelli da superare definitivamente né un itinerario obbligatorio. Ogni opera può aprire un sentiero verso altre musiche, ma possiamo sempre cambiare direzione, tornare indietro, fermarci o imboccare una strada imprevista.
Un album jazz può prepararci ad ascoltare diversamente il rock; una canzone pop può renderci più sensibili alla forma classica; una musica elettronica può farci riscoprire il timbro di uno strumento acustico.
Ascolta e pentiti è quindi un open world, non un corso con un principio e una fine. Le schede indicano alcuni luoghi interessanti, ma non stabiliscono l’ordine nel quale visitarli. Il percorso nasce dagli incontri, dalle curiosità, dalle resistenze e dai ritorni di ciascun ascoltatore.
Il cambiamento più importante non consiste nell’imparare ad apprezzare musiche considerate superiori. Consiste nel diventare capaci di riconoscere più relazioni, attraversare più linguaggi e accettare che il nostro gusto rimanga mobile.
Quando ci smarriamo nell’ascolto
Ascoltare molta musica, però, non produce sempre una crescita evidente. Può accadere il contrario: a forza di passare da un disco all’altro, possiamo perdere i riferimenti, sentirci saturi o scoprire che quasi nulla riesce più a coinvolgerci.
Quello che un tempo ci sorprendeva può sembrarci già sentito. Possiamo diventare troppo esperti nel riconoscere influenze, formule e difetti, ma meno disponibili a lasciarci attraversare dalla musica. L’ascolto si trasforma allora in confronto, catalogazione o ricerca continua di qualcosa di nuovo.
In altri momenti non abbiamo perso il piacere, ma le coordinate. Dopo aver esplorato generi molto diversi non sappiamo più quali criteri utilizzare: una musica ci sembra troppo semplice, un’altra troppo costruita, una troppo familiare, un’altra ancora troppo distante.
Non è necessariamente un fallimento. Anche lo smarrimento fa parte del percorso. In un mondo aperto è possibile perdersi, e a volte perdersi è il prezzo necessario per abbandonare mappe diventate troppo strette.
Il metodo come ancora
È soprattutto in questi momenti che il metodo e le schede possono diventare utili. Non come programma da completare, ma come ancora alla quale tornare quando l’ascolto si è fatto confuso, stanco o indifferente.
Le cinque strategie riportano l’attenzione verso domande semplici e concrete:
- Che cosa ritorna?
- Dove va questa linea?
- Che cosa sta accadendo nello stesso momento?
- Com’è fatto questo suono?
- Come cambia la musica nel tempo?
Non sono domande alle quali bisogna rispondere correttamente. Servono a interrompere il giudizio automatico e a ristabilire un contatto con ciò che sta realmente accadendo.
Quando non ci piace più quasi niente, possiamo tornare a un disco semplice e familiare e ascoltarlo attraverso una sola di queste domande. Quando abbiamo perso i riferimenti, possiamo ripartire da alcune opere capaci di mostrare con chiarezza ritmo, linea, verticalità, timbro e forma. Quando i vecchi riferimenti non ci rappresentano più, possiamo utilizzare le stesse strategie per costruirne di nuovi.
Il metodo non serve a impedirci di perderci. Serve a offrirci un punto dal quale ricominciare.
L’ancora non deve diventare una catena. Dopo aver ritrovato attenzione, curiosità e orientamento, possiamo nuovamente lasciarla e riprendere l’esplorazione. Le schede sono utili proprio perché possono essere abbandonate e riprese quando ne abbiamo bisogno.
Potremmo tornare a So What, a una fuga di Bach, a un groove di James Brown o a una canzone ascoltata nell’adolescenza. Il punto non è scegliere l’opera più importante, ma ritrovare una relazione viva con il suono.
Talvolta l’ancora ci restituisce i riferimenti che avevamo perduto. Altre volte ci aiuta a capire che quei riferimenti non funzionano più e che è arrivato il momento di costruirne altri.
Forse potrebbe chiamarsi Ascolta e basta
Il nome Ascolta e pentiti conserva una provocazione: invita a rimettere in discussione i giudizi troppo veloci, le musiche che abbiamo scartato e le convinzioni che abbiamo trasformato in certezze.
Ma, arrivati a questo punto, il metodo potrebbe anche chiamarsi Ascolta e basta.
Non perché l’ascolto sia semplice o passivo, ma perché non dobbiamo sempre dimostrare qualcosa, completare un esercizio o arrivare alla risposta corretta. A volte è sufficiente incontrare una musica, lasciarle il tempo di agire e osservare che cosa modifica dentro di noi.
Il “pentimento” non è l’obbligo di cambiare gusto né l’ammissione di avere ascoltato male. È la disponibilità a riconoscere che il nostro giudizio non è definitivo. Possiamo continuare a non amare un’opera e, nello stesso tempo, comprenderla meglio. Possiamo tornare a una musica che avevamo rifiutato oppure allontanarci da un disco che credevamo indispensabile.
Ascoltare non significa dover apprezzare tutto: significa lasciare aperta la possibilità di cambiare.
Ascolta e basta sarebbe quindi il punto di arrivo naturale del metodo: quando le strategie, le liste e gli esercizi hanno svolto la loro funzione, rimane l’esperienza diretta della musica.
Ascoltare senza ansia di classificare, senza cercare immediatamente conferme e senza trasformare il proprio gusto in una sentenza. Ascoltare per capire che cosa accade alla musica e che cosa, mentre la musica accade, cambia in noi.
Commenti
Posta un commento